Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

L'ANALISI

Digitale al palo, nuova linfa dal Made in Italy 4.0

Il Desi rileva una grande arretretezza del nostro Paese sul fronte delle competenze e della penetrazione dei servizi digitali. Ma investimenti ad hoc in settori in cui il Paese è tradizionalmente forte possono dare una spinta all’innovazione. L’analisi di Pier Domenico Garrone (Il Comunicatore Italiano)

21 Mag 2018

Pier Domenico Garrone

Comunicatore e cofondatore de Il Comunicatore Italiano, senior partner Isiamed

Al cambio di Governo l’Italia si presenta sul fronte dell’innovazione con un merito alle spalle e una debolezza di fronte a sé. L’esecutivo uscente lascia in eredità l’investimento per la posa della fibra ottica in tutto il territorio nazionale. E’ una scelta strategica di grande rilevanza, potenzialmente in grado di far recuperare molti punti nella deficitaria classifica in seno all’Unione Europea che vede l’Italia al 25° posto.

Sull’altro fronte, l’arretratezza segnalata dalla bassa classifica pesa come un macigno. Siamo dietro la Polonia e davanti alla Bulgaria. Per risalire la classica la classifica, i 7 miliardi di denaro pubblico affidati a Open Fiber, che deve garantire che anche i piccoli comuni – quelli dove il mercato non arriva perché non trova convenienza economica – siano collegati, non sono sufficienti.

Infatti, il Desi (Digital Economy and Society Index) mette in evidenza che quel 25° posto è dovuto in gran parte alle competenze digitali che “restano basse in tutti gli indicatori”. Accesso a Internet della popolazione: 67% Italia contro 79% media europea. Pochi gli specialisti in Ict. In competenze digitali di base della popolazione l’Italia è al 24% posto. Attività on line (e-commerce, internet banking, video on demand, fruizione news e utilizzo social network): Italia al 27% posto.

In sostanza: usiamo internet per guardare film e scaricare musica e ben poco per il resto. Va un po’ meglio per le imprese (Pmi) dove l’Italia sta lentamente colmando il divario: siamo ventunesimi su ventotto.

Sempre il Desi segnala: sono buoni i risultati in fatto di attivazione dei servi pubblici digitali (servizi on line)  e gli open data (21° posto su 28) ma l’utilizzo da parte degli utenti è uno dei più bassi d’Europa. Un paradosso? Forse ma qualcosa non funziona se, per esempio, quando provi fare una denuncia on line alla Polizia postale i documenti non si caricano e devi andare di persona. Se in Posta al ritiro di una raccomandata accanto alla tavoletta elettronica spesso ti fanno ancora firmare tre fogli di carta. Su Frecciarossa la connessione cade, su Frecciabianca non riesci proprio a telefonare.

Uno studio di Confindustria ha calcolato che per il ritardo d’inclusione nella digitalizzazione dei servizi l’Italia perde circa 2 punti di Pil e paga la mancata creazione di circa 700 mila posti di lavoro.

Senza usare la parola “fallimento” (grazie al meritevole sforzo infrastrutturale), la legislatura appena conclusa rivela tutte le debolezze. Ne possiamo catalogare almeno tre: giustizia digitale, burocrazia digitale, economia digitale. A questo punto zero dello stato di digitalizzazione del Paese, oggi infarcito di strumenti informatici ma povero di alfabetizzazione digitale, è opportuno metta mano la Legislatura appena iniziata e, auspicabilmente, il Governo che la accompagnerà.

Non si può ignorare che l’Italia si è dotata negli anni e in tempi recenti in modo abbondante di sedi, agenzie, autorità, commissioni e fondazioni, tutte in qualche modo collegate ai temi dell’innovazione, delle tecnologie e di quanto connesso ai processi di digitalizzazione della società.

In primis, il Team per l’Innovazione digitale – Piacentini; a seguire tra le principali: Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Garante per la protezione dei dati personali, (Tutela dei dati e Cyber crime), Agid (Agenzia per l’Italia digitale), Fondazione Ugo Bordoni (vigilata dal Mise, si occupa di Ict, infrastrutture e banda ultra larga), Sogei(Soluzioni al servizio della PA, controllata dal Mise), Fondazione Nord Est (Trasformazione digitale: tendenze dei mercati, dei nuovi sistemi organizzativi e produttivi, implicazioni per le imprese, cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, robotizzazione delle produzioni), Fondazione Torino Wireless (promozione e sviluppo dell’innovazione), Fondazione cluster tecnologie per le smart cities & communities – Lombardia. Consip, Polizia Postale, BT Italia si occupano dei crimini in Rete. Il sistema imprenditoriale ha sue agenzie: Confindustria digitale, Assimpredil Ance, Anitec Assinform.

Di digitale si occupano società come Italtel (digital transformation), Open Fiber (infrastrutture), Infratel e le diverse telecom. Con una sua fondazione Tim si propone di “promuovere la cultura del cambiamento e dell’innovazione digitale, favorendo l’integrazione, la comunicazione e la crescita economica e sociale”.

Tutta quest’abbondanza non ha però garantito se non quel misero 25° posto in graduatoria dal quale è necessario muoversi. Forse un’attività di rivisitazione di questi presidi (di quelli pubblici certamente) s’impone.

L’inclusione nell’economia digitale del dna Italia a partire dal “Made in Italy” è un obiettivo concreto che passa dall’esigenza di creare un’unica struttura autorevole di riferimento per i centri di ricerca applicata, per il sistema regolatorio, per l’amministrazione della giustizia civile digitale. Capitolo che apre opportunità di specializzazione per gli avvocati italiani ancora incapaci di rispondere adeguatamente alla domanda internazionale di tutela legale della web reputation. Una rondine non fa primavera e un caso non è la norma ma con uno scoraggiante senso di gelo si è potuto leggere nel dispositivo di un’indagine del Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, ente terzo di nomina del Tribunale, che un Ministro ha abrogato una norma del Parlamento.

Mise: la politica degli incentivi è in realtà una politica di “rimborsi spese” poco interessante per l’imprenditore tipo italiano e molto differente dalla politica d’investimento reperibile sul mercato o in altri Stati, anche dell’Unione Europea.

Banche: la risposta attuale del sistema bancario è tradizionale di finanziamento per acquisto di tecnologia. Zero interesse per il business del Cliente ovvero esattamente l’opposto del concept di “Banca Digitale” e delle metriche adottate nell’economia digitale. “Banca Digitale d’Italia” più che una visione sarà una soluzione a superamento dei meno Euro 23 miliardi di credito concessi alle imprese nel 2017. Smart City: tanti convegni zero realizzazioni.

Media: un unico sistema delle Torri e un’unica rete banda ultra larga generano Company rifocalizzate sui contenuti esportabili e a margini proporzionati all’identità Italia e un modello di “Concessionaria di Comunicazione” ben diversa dagli attuali modelli sia Sipra sia Publitalia staffati e ingessati rispetto a una norma di legge arcaica.

Facebook e Google sono diventati il riferimento per la micro e la Pmi che vuole esistere sul mercato e acquisire Clienti internazionali mentre manca un modello italiano di proposta di servizi di Comunicazione digitale.

Agroalimentare: azzerare la burocrazia è stato uno slogan e il caso Sian/Mipaf una prova del rischio che si corre quando si “acquista informatica” prima di avere fatto un check digitale e definito un modello digitale. Il “Made in Italy” agroalimentare sta scoprendo la stretta tra il modello digitale delle piattaforme asiatiche, russe, americane e la solitudine di non avere un modello digitale italiano a tutela del valore rappresentato. E’ una delle dimostrazioni più lampanti del danno commerciale prodotto da insipienza digitale, in altre parole dal prevalere dell’interesse del business tecnologico rispetto a quello generale. Nessuno compra gli arredi prima di scegliere o costruire il proprio appartamento. E quanto è successo anche e non solo nell’agroalimentare italiano.

L’inclusione digitale è il vero obiettivo politico della XVIII legislatura che si sostanzia in un urgente e certosino lavoro di valorizzazione dell’identità “Territorio”, distinguendola dall’identificazione informatica, di riappropriazione culturale dell’innovazione abbandonando la logica dei “format” di paesi dove mangiano un hamburger mentre noi siamo visitati da milioni di turisti perché abbiamo in ogni collina un vino diverso. Ignorante è chi non parte da queste radici e non è capace a portarle nell’attualità dell’economia digitale. I centri Amazon sono un vantaggio se esiste un modello digitale italiano riconoscibile nel mercato, oggi a zero confini, e che associa identità e qualità. Chi non aveva identità se l’è costruita con un modello digitale che distingue Facebook da Linkedin, Alibaba da E-bay.

L’Italia ha solo il Made in Italy. Può contaminare il mondo, invece il rischio portato dagli errori da ammodernamento informatico è che la percezione di qualità sia azzerata, sostituita e annegata fino alla scomparsa nell’efficienza del brand di una piattaforma digitale straniera, dell’Est o dell’Ovest non farà differenza.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Argomenti trattati

Approfondimenti

D
DESI
D
digitale
I
isiameD

Articolo 1 di 5