Digitale, "per la trasformazione serve coraggio" - CorCom

IL DIBATTITO

Digitale, “per la trasformazione serve coraggio”

Operatori e imprese a confronto sulla necessità di fare il “grande” passo verso l’innovazione. Vecchie logiche di potere e arroccamenti gli ostacoli maggiori

07 Lug 2015

Mila Fiordalisi

Come innescare il cambiamento abbattendo le resistenze e velocizzando la trasformazione? Questo il tema su cui si sono concentrati i partecipanti alla prima tavola rotonda dell’annuale convention Ericsson moderata dalla giornalista Myrta Merlino. “I cambiamenti sembrano semplici ma hanno profondi impatti piscologici – sottolinea Sergio Hike, ceo di Alfa Laval -. Crediamo però che in Italia le resistenze vere non siano da parte dei professionisti quanto piuttosto da parte del mondo della politica, del governo e della PA: è qui che si insidiano le maggiori resistenze”.

Emblematico il “caso” Poste Italiane come esempio di trasformazione continua in nome dell’innovazione: “Il primo grosso cambiamento è avvenuto più di dieci anni fa con Passera quando Poste si è trasformata offrendo, oltre ai suoi tradizionali servizi, anche quelli bancari e assicurativi – sottolinea Barbara Poggiali, direttore Strategic Marketing dell’azienda -. Oggi siamo nuovamente in una nuova fase di forte discontinuità mettendo sempre il cliente al centro, con uno scatto, necessario, nell’era digitale. Il nuovo piano ‘Poste 2020‘ è una sfida di trasformazione: la tecnologia è fattore abilitante ma vogliamo accompagnare cittadini e imprese verso la rivoluzione digitale-culturale”.

Per innescare la trasformazione vanno abbattute però le vecchie logiche del potere; così la pensa Dina Ravera, coo di 3 Italia: “Manager e istituzioni devono affrontare il nuovo modello economico che cambia in continuazione. L’azienda non si gestisce più come prima e le piramidi rigide devono scardinarsi. Il valore sta nella conoscenza e nello scambio. E la nuova sfida sarà mettere insieme le diversità”. Secondo Gabriela Styf Sjoman, cto di Telecom Italia “It’s all about people”: “Le persone vogliono dare il proprio contributo alla costruzione della vision. Motivazione, environment e competenze le tre cose che fanno la differenza. Non è vero che gli italiani sono meno innovatori degli altri. Quando stavo in Silicon Valley ho incontrato una quantità impressionante di italiani che si erano trasferiti lì per trovare il giusto environment. L’Italia deve puntare dunque sulla creazione di un ambiente adatto allo sviluppo dell’innovazione”.

Karl Manfredi, ceo di Brennercom richiama l’attenzione anche su questioni “concrete”: “Un ceo deve portare avanti la società e fare profitti. Alla fine dell’anno bisogna consegnare il bilancio. Non dimentichiamoci che siamo un’economia e che l’economia funziona solo se ci sono delle differenze fra l’uno e l’altro e se almeno uno ha vantaggio competitivo. La concorrenza perfetta è un modello molto bello, ma se i profitti sono zero l’economia non può funzionare”.

“Per spingere l’innovazione bisognerà fare inevitabilmente leva sulle nuove reti in fibra – evidenzia Alberto Trondoli, ceo di Metroweb -. Il processo è lungo e difficile ma ineludibile: dobbiamo costruire una nuova infrastruttura che metta l’Italia al pari di altri Paesi d’Europa. Siamo al 26mo posto in Europa per adozione di servizi digitali e al 27mo per infrastruttura. Situazione che non può essere più tollerata”.

Potrebbe diventare un “modello” replicabile quello di Expo: “L’informatica e il web sono ormai pervasivi e quindi tutte le funzioni dell’azienda devono avere una sensibilità in tal senso – sottolinea il cio Luigi Vassallo -. Expo è una società di scopo che termina il suo mandato a ottobre e quindi non siamo strutturati e mancano molte funzioni. Non ci sono tempi per consolidare. Bisogna fare le cose in fretta. E le tecnologie sono la chiave per consentire a tutti i partecipanti di innovare nel breve tempo”.