LE NUOVE REGOLE

E-fattura, la Ue stringe i tempi: focus sull’interoperabilità

La proposta della Commissione punta ad armonizzare i sistemi e le regole nazionali per abbattere l’evasione dell’Iva e recuperare 11 miliardi di euro nei prossimi 10 anni. In cantiere anche un imponibile fiscale comune per superare le leggi dei singoli Stati in vista dell’adozione della global minimun tax dell’Ocse

Pubblicato il 29 Nov 2022

Federica Meta

Giornalista

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La Ue pronta alla stretta fiscale. Con tutta probabilità il 7 vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis dovrebbe svelare la proposta per la fatturazione elettronica che mira ad arginare il fenomeno del mancato pagamento dell’Iva. Stando ia numenti svelati dal commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, nel 2020 i Paesi membri hanno perso 93 miliardi di euro di mancate entrate Iva, perdite che l’Europa non può permettersi.

Dalla fatturazione elettronica l’Europa si aspetta di recuperare 11 miliardi di euro in più all’anno nei prossimi dieci anni.

E-fattura, cosa prevede la proposta Ue

Nella Raccomandazione C1 sulla fatturazione elettronica, Bruxelles suggerisce l’istituzione di una norma comune e la possibile introduzione di un obbligo di fatturazione elettronica per tutti gli stati membri entro il 2023. In questo modo si punta ad armonizzare le normative in materia di fatturazione elettronica a livello europeo, in risposta all’aumento della diffusione di diversi modelli di dichiarazione e di fatturazione elettronica registrato negli ultimi anni. Pilatro della proposta l’aumento  dell’interoperabilità dei sistemi nazionali.

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Il nuovo Befit

In cantriere anche il nuovo Befit (Business in Europe: Framework for Income Taxation). Si tratta di un quadro a base imponibile comune per superare i sistemi nazionali e anche il tax ruling di Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda. Su questo fronte non sarà facile raggiungere l’unanimità, necessaria – da diritto comunitario – per le leggi di natura fiscale

Alla base del Befit c’è infatti l’accordo globale del 2021 dei 130 Paesi Ocse su un’imposta sulle società a due pilastri, con la riallocazione degli utili imponibili e una base fiscale minima del 15%; ma la global minimum tax vede l’opposizione dell’Ungheria che da mesi ne blocca l’approvazione.

Global minimum tax, cos’è e come funziona

Il sistema di tassazione prevede che le aziende, con entrate per oltre 20 miliardi di euro, possano essere tassate anche nei Paesi in cui avvengono effettivamente i consumi (e non in quelli in cui hanno la sede legale, come è accaduto fino ad ora). La tassa, inoltre, prevede che i Paesi che ospitano il quartier generale di queste aziende possano imporre una tassa minima di almeno il 15%. Nel caso in cui dovesse essere attuata la tassa globale, i Paesi europei offriranno alle aziende un credito fiscale per rimborsare tutte le somme versate in eccesso rispetto, appunto, all’imposta globale. L’entrata in vigore è prevista nel 2023.

L’accordo poggia su due pilastri: il primo prevede che le aziende con entrate per oltre 20 miliardi di euro possano essere tassate anche nei Paesi dove avvengono i consumi. Il secondo prevede che i Paesi che ospitano il quartier generale delle multinazionali possano imporre una tassa minima di almeno il 15% in ciascuna delle nazioni in cui operano.

Con la nuova minimum tax sparirà la digital service tax europea che aveva provocato le critiche degli Stati Uniti perché andava a colpire specialmente le grandi aziende tecnologiche basate oltre Oceano. Nel caso di attuazione della tassa globale nei prossimi due anni, i paesi europei offriranno alle aziende un credito fiscale per rimborsare le somme versate in eccesso rispetto all’imposta globale.

Dopo l’approvazione da parte dei capi di Stato e di governo, l’accordo sulla minimum tax deve essere trasformato in legge nei vari Paesi, con l’obiettivo di implementarla nel 2023. Uno scoglio ancora da superare, sottolineano esperti e analisti, è comunque la creazione di un meccanismo credibile di risoluzione delle dispute a livello internazionale.

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