Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

IL REPORT

E-skill, l’Europa a rischio digital divide

Secondo lo studio “The changing nature of work and skills in the digital age” della Commissione Ue, servono adeguati piano di formazione che integrino automazione e attività umane

03 Dic 2019

D. A.

È difficile sapere in anticipo quali nuove figure professionali emergeranno nell’era digitale, come verranno create e in quali settori si affermeranno. Tuttavia, i tipi di posti di lavoro che dovrebbero crescere maggiormente nell’Unione dei 28 Paesi europei entro il 2030 sembrano essere quelli che richiedono un’istruzione superiore, un uso intensivo delle abilità sociali e interpretative e almeno una conoscenza di base dell’Ict. Va rimarcato che le nuove tecnologie influiscono sulle attività, non sui lavori: questo spiega perché le tecnologie digitali non creano e distruggono semplicemente le professioni, cambiano anche ciò che le persone fanno sul lavoro e come lo fanno. I profili professionali potrebbero cambiare sostanzialmente con l’aggiunta di nuovi compiti o la modifica di quelli esistenti, richiedendo ai lavoratori di adattarsi a nuovi metodi di lavoro, organizzazione del lavoro e strumenti. A dirlo è lo studio “The changing nature of work and skills in the digital age”, realizzato dal Joint Research Center della Commissione europea.

L’organizzazione del lavoro centrata sull’uomo, si legge nel report, è l’ultima barriera all’automazione delle attività professionali. Gli aspetti che richiedono attributi chiave del lavoro umano, come la creatività, la piena autonomia e la socievolezza, vanno oltre le attuali capacità dell’Intelligenza artificiale avanzata. Tuttavia, quando il lavoro è organizzato in modo discreto, standardizzato e prevedibile, l’automazione del lavoro diventa molto più fattibile. Pertanto, qualsiasi riconfigurazione dei posti di lavoro dovuta alle nuove tecnologie comporterà l’adattamento, lo spostamento e la modifica dei ruoli, e quindi delle competenze e delle conoscenze. Quali sono le implicazioni di questi cambiamenti in termini di competenze ed educazione? In futuro, è probabile che sarà richiesto un livello moderato di competenze digitali combinato con soft skill molto sviluppate. La crescente importanza delle competenze sia digitali che non cognitive si riflette nell’aumento delle differenze salariali tra i lavoratori dotati di tali competenze e quelli che non lo sono. Tuttavia, la carenza di competenze digitali rimane significativa. Un terzo della forza lavoro dell’Ue non ha nessuna o quasi nessuna competenza digitale. I datori di lavoro nell’Ue dichiarano che un gran numero di lavoratori non è pronto a rispondere alla crescente domanda di competenze digitali. I lavoratori avranno inoltre bisogno di soft skill per far fronte a un luogo di lavoro in continua evoluzione. È sempre più importante che, oltre alla conoscenza, gli individui acquisiscano competenze che li aiutino ad anticipare i cambiamenti e a diventare più flessibili e resilienti. In particolare per i lavoratori a bassa specializzazione, in futuro, sarà più difficile trovare un lavoro senza previo rinnovo o riqualificazione. Tuttavia, la formazione dedicata allo sviluppo delle soft skill sembra essere stato trascurato in tutta l’Unione nonostante la sua efficacia. I cittadini europei sono destinati a imparare durante tutta la loro vita, sia all’interno che all’esterno del sistema d’istruzione formale.

Il lavoro mediato dalle piattaforme digitali

La disaggregazione del lavoro in compiti specifici sta avvenendo in tutti gli Stati membri, a vari livelli. La tecnologia offre incentivi per i datori di lavoro a contrarre lavoro e consente ai lavoratori di lavorare in remoto, sia come dipendenti che come liberi professionisti. In effetti, nuove forme di occupazione come il lavoro occasionale, il lavoro mobile e le forme di lavoro autonomo abilitate dal digitale stanno guadagnando terreno in tutta l’Ue. Circa l’11% della popolazione in età lavorativa (di età compresa tra 16 e 74 anni) ha fornito servizi tramite piattaforme online almeno una volta, rispetto al 9,5% nel 2017. Tuttavia, fornire servizi di manodopera mediati da piattaforme è l’attività lavorativa principale per solo l’1,4% del popolazione in età lavorativa. L’età media dei lavoratori della piattaforma è di poco inferiore ai 34 anni, mentre circa il 60% di coloro che forniscono servizi su piattaforme in quanto il loro lavoro principale ha almeno un’istruzione terziaria.

Il lavoro mediato dalle piattaforme è un chiaro esempio di come la trasformazione digitale può offrire nuove opportunità occupazionali creando al tempo stesso sfide politiche. Le condizioni per i lavoratori variano notevolmente a seconda del tipo di attività, della sua intensità e frequenza. Per esempio, nota lo studio, i lavoratori che forniscono principalmente servizi professionali sono generalmente meglio pagati rispetto ad altri lavoratori, anche se hanno maggiori probabilità di patire lo stress. Al contrario, i non professionisti, pur avendo meno stress, hanno maggiori probabilità di avere una retribuzione inferiore e opportunità di apprendimento limitate.

Verso nuove forme di digital divide?

Cresce anche il rischio di avere status occupazionale poco chiaro, soprattutto a causa delle differenze significative tra gli Stati membri: i vari modelli di ristrutturazione dell’occupazione nei paesi e nelle regioni dell’Ue suggeriscono che, oltre alla tecnologia, sono in gioco molti altri fattori, tra cui l’urbanizzazione, la deindustrializzazione e le istituzioni del mercato del lavoro.

Osservando i cambiamenti nelle strutture lavorative nelle regioni dell’Unione europea tra il 2002 e il 2017, non emerge alcun modello prevalente di trasformazione dell’occupazione. Circa un terzo delle regioni ha registrato un’accresciuta polarizzazione del lavoro. Tuttavia, allo stesso tempo, in alcune regioni prevalentemente rurali si è registrato un notevole miglioramento occupazionale, mentre in molte altre la struttura del mercato del lavoro è stata notevolmente ridotta. Le regioni delle capitali mostrano una quota molto più ampia di posti di lavoro ben pagati rispetto ad altre regioni nei medesimi paesi. Questo è il risultato di una tendenza a lungo termine che ha visto le regioni delle capitali e, più in generale, le aree altamente urbanizzate, beneficiare in modo sproporzionato della crescita dell’occupazione, principalmente nei segmenti altamente retribuiti. Nel frattempo, la struttura occupazionale delle regioni periferiche europee diverge da quella dell’Europa centrale e settentrionale: la percentuale di posti di lavoro a bassa retribuzione in alcune regioni periferiche è circa il doppio rispetto a quella delle principali regioni dell’Ue.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5