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LA PROPOSTA

Web Tax, Boccia: “Deve riguardare anche l’e-commerce”

Il presidente della commissione Bilancio della Camera: “La norma in manovra va cambiata. L’imposta deve scendere dal 6% all’1 o 2%, ed essere anticipata al 2018. Consentirebbe un gettito cinque o sei volte superiore”

06 Dic 2017

A. S.

Una web tax modificata e anticipata al 2018, che comprenda anche l’e-commerce e che scenda dal 6% a una percentuale più bassa, all’1 o 2%. E la proposta di Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera e relatore della manovra, che ha preso la parola a Montecitorio durante i lavori d’aula sulla legge di Bilancio, proponendo alcune modifiche al testo approvato da Palazzo Madama.

“Vi invito a riflettere – afferma Boccia – anche per ragioni di gettito, se non abbia più senso eliminare i meccanismi burocratico-amministrativi e anticipare l’imposta al 2018, mettendoci anche l’1%, o il 2%, ma con tutte le transazioni dentro. Io penso che si avrebbe un gettito tra le tre e le cinque volte superiore. Potremmo riversare tutto quel gettito a riduzione della pressione fiscale, le tasse le abbassiamo agli italiani e non a quelli che fanno i furbi”.

“Va definito l’obbligo di stabile organizzazione – spiega Boccia ai cronisti a margine dei lavori d’aula – Questo 6% solo per i servizi business to business mi sembra poco e marginale. Anche il credito di imposta costringe le banche a fare i sostituti, i commercialisti a preparare gli F24 soprattutto per i piccoli operatori, ci sono un po’ di lungaggini e invece al tempo del digitale dobbiamo ridurre la burocrazia, non aumentarla”.

“Vediamo cosa pensano tutti i gruppi parlamentari – conclude Boccia – è bene sulla web tax mettere insieme maggioranza e opposizione e tirar fuori una proposta che sia nell’interesse esclusivo del paese e non di alcuni”.

A ipotizzare che la Camera sarebbe intervenuta sulla proposta di Massimo Mucchetti  passata in Senato proponendo modifiche era stato nei giorni scorsi anche Sergio Boccadutri: “Quando banche e società emittenti di carte di credito registrano una transazione non sanno cosa stia comprando l’acquirente, ma solo da chi – spiega il deputato – Per effettuare la trattenuta serve un sistema tutto da costruire: un’operazione onerosa che verrà scaricata sui consumatori”.

L’emendamento di Massimo Mucchetti che introduce l’imposta del 6% sui ricavi digitali è stato approvato dopo alcune modifiche riguardanti la platea di dei soggetti: sono escluse le imprese agricole, i soggetti che hanno aderito al regime forfettario e i cosiddetti “minimi”. Sarà lo spesometro a monitorare i big della rete che dovranno versare in Italia l’imposta del 6% sulle transazioni digitali. Sulla base delle segnalazioni inviate all’Agenzia delle Entrate dagli acquirenti, il Fisco potrà controllare costantemente l’attività online di residenti e non residenti.

Le banche, secondo la proposta passata in Senato, fungeranno da sostituti di imposta: dovranno applicare una ritenuta d’imposta con obbligo di rivalsa sul soggetto che percepisce i corrispettivi.

Per non penalizzare le imprese italiane e quelle residenti nel territorio dello Stato entra in gioco il credito d’imposta pari all’imposta digitale versata sulle transazioni digitali che potrà essere utilizzato ai soli fini dei versamenti delle imposte sui redditi. L’eventuale eccedenza potrà essere utilizzata in compensazione per i pagamento di imposte sui redditi (Irpef o Ires), Irap, contributi previdenziali ed assistenziali dovuti dai datori di lavoro e dai committenti di prestazioni di collaborazione coordinata e continuativa nonché di contributi Inail. Potrà essere utilizzato il modello F24 ma esclusivamente in formato digitale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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