IL PROVVEDIMENTO

Week end senza negozi? Scoppia il caso e-commerce

La proposta del governo di chiudere gli esercizi nei giorni festivi solleva un polverone. Codacons: “Regalo da 2,7 miliardi a Amazon & co”. Brunetta (FI): “Così si favoriscono i colossi del web”. Ma le associazioni del commercio elettronico non ci stanno: “Impatti negativi anche per lo shopping online che potrebbe essere vietato e per l’export”

Pubblicato il 10 Set 2018

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La chiusura dei negozi nei giorni festivi fa scoppiare il “caso” e-commerce. Il provvedimento al vaglio della commissione Attività Produttive della Camera solleva polemiche tra chi crede che le nuove regole saranno un assist ai colossi del web e chi, invece, crede che anche l’e-commerce ne uscirà danneggiato. E con esso la competitività del sistema Italia.

Secondo il Codacons il divieto di aperture dei negozi nei giorni festivi determinerà la morte di migliaia di piccoli esercizi, con effetti negativi sul Pil e sull’occupazione e un sensibile spostamento degli acquisti verso l’e-commerce. “Dodici milioni di italiani fanno acquisti la domenica, e i giorni festivi rappresentano per loro l’unica occasione per dedicarsi allo shopping e alle compere – spiega il presidente Carlo Rienzi – Privarli di tale possibilità attraverso misure che bloccano le aperture domenicali, equivale a dirottare gli acquisti dei consumatori verso l’e-commerce che, a differenza dei negozi tradizionali, non subisce alcun vincolo o limitazione”.

Sulla stessa lunghezza d’onda,il deputato FI Renato Brunetta, che in un’intervista a Radio Radicale evidenzia le criticità del provvedimento.  “Sento nella proposta di Di Maio molto rancore sociale e molta nostalgia di un’Italia pre-industriale, senza benessere – dice – Sono figlio di un venditore ambulante, ho fatto il venditore ambulante e ho imparato, sulla strada, i fondamenti dell’economia e del commercio. Fondamentale è la libertà, avere poche regole fiscali, rispettarle e lasciare, poi, che il mercato dispieghi tutte le sue potenzialità”.

Secondo Brunetta si tratterebbe di una mossa “impossibile” dato che contrasta, in quanto norma centralistica, con il Titolo V della Costituzione, e quindi con l’autonomia delle Regioni nell’organizzare e regolare autonomamente orari di apertura e chiusura dei negozi, delle festività e dei saldi. Impossibile attuare tale norma, inoltre, poiche’ e’ impossibile vigilare sulla chiusura effettiva di tutte le attivita’ commerciali”.

“Una vera follia – rincara Brunetta – che farebbe perdere 200.000-300.000 posti di lavoro, soprattutto dei giovani; che farebbe perdere reddito, poiché ci sono determinati consumi che non sono ripetibili; che farebbe collassare centinaia di miliardi di investimenti in strutture distributive, quali i centri commerciali; perché non tiene conto dell’evoluzione della tecnologia, poiche’ si farebbe un grandissimo regalo a colossi dell’e-commerce come Amazon, che già stanno condizionando il mondo delle reti commerciali, per finire di distruggerle con l’introduzione di questa norma. La proposta di Di Maio è regressiva, nostalgica, da invidia sociale che fa il pari con il no alla Tav, no al Tap, no ai vaccini obbligatori di questo Governo del cattivo galleggiamento nostalgico, più che del cambiamento”.

Di tutt’altra opinione i player del commercio online secondo cui so creerebbe un danno anche per l’e-commerce: Netcomm, il consorzio del commercio digitale italiano, boccia i provvedimenti al vaglio della commissione Attività Produttive della Camera. “Le proposte – spiega il presidente di Netcomm, Roberto Liscia– hanno tutte il comune denominatore non solo di limitare l’apertura dei negozi fisici nei giorni festivi, ma anche il blocco degli ordini online nel fine settimana. Ciò è preoccupante poiché avrebbe come conseguenza un’ulteriore perdita di marginalità e competitività per le aziende italiane”.

Secondo Liscia questa proposta creerebbe un ulteriore ostacolo non solo allo sviluppo del settore retail, ma anche dell’intero sistema economico italiano. “Il commercio è infatti uno degli assi chiave sui quali si deve fondare la ripresa dell’economia nazionale – spiega – se il consumatore italiano non potrà acquistare nei canali fisici ciò di cui ha bisogno, lo cercherà online e se online le condizioni offerte dai player italiani non saranno allineate a quelle dei portali internazionali, la sua scelta ricadrà su questi ultimi; viceversa, i consumatori stranieri interessati a comprare prodotti italiani, dovranno scontrarsi con un livello di servizio non allineato agli standard internazionali. In definitiva, le aziende italiane subirebbero un danno sia a livello di distribuzione nazionale che di export.

“É impensabile aggravare le aziende italiane di un ulteriore svantaggio competitivo a livello internazionale, quando anche i recenti sviluppi della normativa – ad esempio l’abolizione del geoblocking- stanno andando verso un’armonizzazione del quadro competitivo”.

Le proposte di legge avanzate andrebbero a impattare su un settore, quello dell’e-commerce, che negli anni continua a registrare una costante crescita: il valore degli acquisti online toccherà i 27 miliardi di euro nel 2018, registrando una crescita a doppia cifra rispetto all’anno scorso, pari al 15%.

“Trovo assurdo – conclude Liscia – coinvolgere nella proposta di legge le aziende di e-commerce per incentivare le persone ad acquistare nei negozi sotto casa. Non è questa la strada per supportare i piccoli negozianti, che anzi dovrebbero essere aiutati a utilizzare i canali digitali per instaurare una nuova relazione con il consumatore e creare un ecosistema unico tra online e offline grazie al quale il cliente possa usufruire, indipendentemente dal canale scelto, di un’esperienza d’acquisto completa e soddisfacente. Solo così si potrà incrementare la competitività delle piccole imprese e contribuire alla crescita economica”.

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