Epic Games alza i toni e fa causa a Apple sul "monopolio" app - CorCom

IL CASO

Epic Games alza i toni e fa causa a Apple sul “monopolio” app

La società del videogame Fortnite accusa la Mela di “restrizioni irragionevoli e illegali” per trarre esclusivo profitto dagli sviluppatori. Cupertino al contrattacco: “Vuole sfruttare gratis un ecosistema in cui abbiamo investito 100 miliardi di dollari”

04 Mag 2021

Patrizia Licata

giornalista

Epic Games alza i toni della disputa con Apple e intenta causa negli Stati Uniti contro quello che definisce il “monopolio illegale” dell’App Store.

Secondo il produttore del popolarissimo videogame Fortnite (circa 350 milioni di giocatori), con l’App Store “Apple impone restrizioni irragionevoli e illegali” per monopolizzare il mercato delle app impedendo agli sviluppatori di app di raggiungere più dispositivi possibili. Non c’è altro modo che passare attraverso il negozio di app della Mela per scaricare applicazioni per iPhone e iPad.

L’App Store, argomenta Epic, è controllato da Apple come un vero “walled garden” e impone commissioni che oscillano tra il 15% e il 30% sugli acquisti effettuati all’interno dello Store, compresi gli abbonamenti.

L’azienda dei videogiochi del North Carolina si è già rivolta all’antitrust Ue per le stesse questioni. La scorsa settimana la Commissione europea ha inviato ad Apple “contestazioni formali” accusandola di abuso di posizione dominante nella distribuzione di app per lo streaming musicale.

Faccia a faccia tra i ceo Tim Cook e Tim Sweeney

Epic Games, che con Fortnite guadagna anche sugli acquisti in-app, nei mesi scorsi ha trovato un modo per aggirare il problema creando un sistema alternativo di pagamento. Per questo motivo Apple ha espulso Fortnite dall’App Store (ha poi dovuto reintegrarlo su ordine di un tribunale). È iniziato così un braccio di ferro che finisce ora in un tribunale della California.

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Né Apple né Epic intendono discutere la causa davanti a una giuria e cercheranno di chiudere il procedimento davanti al giudice distrettuale Judge Yvonne Gonzalez Rogers del tribunale federale di Oakland. Il giudice ascolterà le testimonianze del ceo di Apple Tim Cook e del ceo di Epic Tim Sweeney. Gran parte del dibattimento sarà giocata su temi cruciali quanto di difficile interpretazione come le definizioni di mercato, monopolio e libera concorrenza.

“Un monopolio”, accusa Epic. “Mossa disperata”, replica Apple

Epic sostiene che Apple ha trasformato un “piccolo negozio digitale” in un “monopolio illegale che sottrae alle app mobili una significativa fetta dei loro guadagni”. L’azienda dei videogame afferma di aver pagato centinaia di milioni di dollari di commissioni ad Apple prima che Fortnite fosse espulso dall’App Store lo scorso agosto.

Apple cercherà invece di dimostrare che Epic opera su un mercato dove la concorrenza è significativa, soprattutto perché la maggior parte degli smartphone gira non su iOs ma su Android. Epic ha fatto causa anche a Google, accusandola di sfruttare gli sviluppatori di app presenti su Google Play.

Anche per questo Apple proverà a dipingere Epic come un’azienda che tenta disperatamente di aprirsi nuove fonti di guadagno perché non può più dipendere da Fortnite. Epic, secondo Cupertino, vuole usare gratuitamente un ecosistema in cui la Mela ha investito oltre 100 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni.

Le stime sui ricavi dell’App Store oscillano tra 15 miliardi e 18 miliardi di dollari l’anno, ma Apple non conferma questi dati e non fornisce cifre ufficiali.

Apple sostiene però di non farsi pagare dall’85% delle app nel suo store e che circa il 40% delle 100.000 app che ogni settimana fanno richiesta di entrare sull’App Store sono respinte perché hanno un problema, solitamente di privacy e sicurezza.

Epic tenterà di dimostrare che Apple cela dietro la giustificazione di un impegno per la sicurezza la vera motivazione dell’esclusione di molte app: mantenere un monopolio estraendo sempre più profitti da sviluppatori che sono disposti a pagare pur di essere presenti sull’App Store.

La decisione del giudice è attesa a fine mese.

Facebook in guerra con la nuova funzione privacy dell’App Store

La scorsa settimana Apple ha lanciato una nuova funzione privacy sull’App Store, la App Tracking Transparency, con cui obbliga gli sviluppatori a ottenere il consenso dell’utente prima di tracciare i dati nelle app o sui siti web di terzi per scopi pubblicitari. Sono circa 10mila le app che si sono già adeguate alla nuova funzione – secondo la società di analisi AppFigures – e i giochi sono quelli che per primi l’hanno adottata, pari a circa il 20% del totale delle app già “in regola”. Tutte dovranno ad ogni modo mostrare il “bollino di trasparenza” obbligatoriamente con i prossimi aggiornamenti.

Facebook, da sempre contraria alla nuova funzionalità, continua a boicottare la mossa di Apple: il sito The Verge riporta che ad alcuni utenti di Facebook e Instagram sono comparse indicazioni che li invitano a lasciarsi tracciare spiegando che tenendo attiva questa opzione è possibile avere “inserzioni più personalizzate”, “contribuire a mantenere gratis Facebook”, “sostenere le aziende che si affidano alle inserzioni per raggiungere i propri clienti”. Un portavoce di Menlo Park ha spiegato che gli avvisi si riferiscono ad un blogpost ufficiale che descrive dettagliatamente l’aggiornamento.

La disputa con l’Ue sullo streaming musicale

La scorsa settimana la Commissione europea ha inviato ad Apple delle  “contestazioni formali” accusandola di aver distorto la concorrenza nel mercato dello streaming musicale, in quanto ha abusato della sua posizione dominante per la distribuzione delle app musicali nel suo App Store.

Nel dettaglio la Ue contesta l’uso obbligatorio del meccanismo di acquisto in-app di Apple imposto agli sviluppatori di app di streaming musicale per distribuire le loro app tramite l’App Store. Gli uffici di Margrethe Vestager hanno anche espresso preoccupazione per le restrizioni che Apple applica agli sviluppatori, impedendo loro di informare gli utenti di iPhone e iPad di possibilità alternative di acquisto più economiche.

L’indagine della Ue fa seguito ad un reclamo di Spotify.

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