Europa regina del 5G? Corsa a ostacoli tra fondi e regole - CorCom

SCENARI

Europa regina del 5G? Corsa a ostacoli tra fondi e regole

La Ue ha stanziato nella ricerca per la nuova tecnologia circa 700 milioni di euro, risorse che dovrebbero lievitare fino a tre miliardi grazie al contributo dell’industria di settore privata. Siglati accordi bilaterali con Corea, Giappone e Cina per la definizione di standard comuni

16 Dic 2016

Francesco Molica

Nella corsa al 5G l’Europa aspira a far parte del gruppo di testa. Negli ultimi anni la Commissione Ue lo ha ripetuto per bocca dei suoi rappresentanti ad ogni occasione utile. La messe d’iniziative lanciate da Bruxelles conferma che non si tratta solo di fumose petizioni di principio. Il nuovo codice europeo per le comunicazioni elettroniche ha issato la diffusione del 5G a obiettivo strategico dandosi un orizzonte temporale preciso. Entro il 2025, recita il target fissato dalla proposta, tutte le aree urbane, nonché le principali strade e ferrovie del vecchio continente dovrebbero beneficiare di una copertura di rete in 5G.

Un traguardo realistico? Si vedrà. L’Ue ha stanziato nella ricerca sulla nuova tecnologia circa 700 milioni di euro, attraverso il programma Orizzonte 2020: risorse che dovrebbero lievitare sino a 3 miliardi in virtù del contributo dell’industria di settore all’interno di un partenariato pubblico privato. In parallelo sono stati siglati accordi bilaterali con Corea, Giappone e Cina per la definizione di standard comuni. Il vero piatto forte si è però materializzato in settembre con la presentazione della proposta di riforma del quadro regolatorio europeo sulle tlc, alias il già citato codice per le comunicazioni elettroniche. Al quale è stato affiancato un piano di azione sul 5G. Il codice europeo propone un alleggerimento della pressione regolamentare sugli operatori e un quadro più armonizzato sul radiospettro con l’obiettivo di liberare maggiori investimenti. La volontà di finanziare le infrastrutture mobili del futuro non può infatti essere data per scontata. Specialmente da parte di un comparto come quello delle telecom europee che ha patito tragicamente il combinato di crisi, guerra dei prezzi e aste astronomiche per l’assegnazione delle frequenze 4G.

La Commissione è consapevole che occorre un ecosistema regolamentare più attrattivo e sicuro. “Regole obsolete e scelte politiche poco chiare potrebbero spingere gli operatori europei e i loro capitali a restare in disparte nella partita del 5G”, avverte un report di Boston Consulting Group. Per Daniel Pataki, vicepresidente Policy and Regulation di GSMA Europe, “l’Europa può ambire a un ruolo di leadership nel 5G solo attraverso un’azione volta a ridurre in maniera significativa i costi di realizzazione delle reti mobili”. La Commissione Europea è, però, convinta che la chiave stia anche in un maggiore coordinamento a livello europeo. Il ritardo accumulato sulla diffusione del 4G, secondo Bruxelles, è in parte il prodotto della scarsa cooperazione tra paesi membri. Il risultato di questa frammentazione è che nel 2015 il 75% dei cittadini USA aveva accesso al 4G contro una quota di appena il 28% in Europa.

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Un gap che è stato ridotto negli ultimi tempi. Ma non in maniera uniforme. Per non ripetere il medesimo errore il piano di azione sul 5G promuove un’agenda e un approccio comuni nel percorso di avvicinamento alla commercializzazione della quinta generazione di connettività mobile. Di qui alla fine del 2017 la Commissione punta a individuare assieme ai governi nazionali le frequenze di banda da destinare con modalità armonizzate al 5G. Bruxelles vuole bruciare i tempi presentandosi con le idee chiare all’attesa World Radio Conference 2019 che dovrebbe designare le porzioni di banda sopra il 6GhZ. Nel frattempo, il piano prevede che la Commissione stabilisca assieme a governi e industria una timeline per l’attivazione dei primi network 5G entro il 2018. Questi sono i progetti. Che vadano a buon fine è un altro paio di maniche. La negoziazione del codice europeo sulle comunicazioni elettroniche sarà il primo banco di prova. Se gli stati membri cederanno come in passato alla tentazione di sabotare le norme sull’armonizzazione del radiospettro questo avrà ricadute negative sugli investimenti.

E in più peserà sulle future iniziative di armonizzazione prevista dal piano sul 5G. Intanto a Bruxelles si tratta in maniera serrata su un altro dossier legislativo cruciale per la connettività futura dell’Europa, vale a dire la proposta della Commissione che impone il passaggio di destinazione, dalla TV alle comunicazioni mobili, delle frequenze della banda da 700 Mhz, candidata naturale ad ospitare il 5G. Consiglio e Parlamento Europeo sembrano convergere sull’ipotesi di posticipare al 2022 il termine ultimo in cui i paesi membri dovranno fare lo “switch”. Per la Commissione Europea, che aveva proposto il 2020 come data limite, ciò potrebbe mandare all’aria le aspirazioni europee di leadership mondiale sulle tecnologie mobili del futuro.