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Evasione fiscale, a Milano i manager di Apple verso il patteggiamento

Riprende quota l’ipotesi di un accordo tra i dirigenti indagati e i pm. I legali dello studio Severino stanno valutando la presentazione al gip di una o più istanze di applicazione della pena su richiesta delle parti

22 Ago 2016

An.F.

Si riapre la strada del patteggiamento per i manager di Apple indagati nell’inchiesta della Procura di Milano per una presunta evasione fiscale dovuta a un mancato versamento Ires di 879 milioni di euro da parte della multinazionale. Un’ipotesi che sembrava sfumata lo scorso aprile ma che, nelle ultime settimane sembra aver ripreso quota. Inquirenti e difese hanno lavorato per mettere nero su bianco uno o più accordi di patteggiamento (non si sa ancora se riguarderanno tutti e tre gli indagati) che, in ogni caso, dovranno essere poi valutati da un gip per la ratifica.


Il pm Adriano Scudieri, ormai quasi un anno e mezzo fa ha chiuso le indagini a carico di Enzo Biagini, legale rappresentante e ad di Apple Italia, del direttore finanziario Mauro Cardaio e del manager della società irlandese Apple Sales International, Michael Thomas O’Sullivan, tutti accusati di omessa dichiarazione dei redditi.

A fine dicembre scorso, è arrivato l’accordo fiscale da 318 milioni di euro tra Agenzia delle Entrate e la multinazionale americana, che versando quella cifra ha sanato gli accertamenti tributari per gli anni tra il 2008 e il 2013. Poi, per settimane i difensori degli indagati, che sono assistiti dallo studio Severino, e gli inquirenti si sono confrontati su un eventuale patteggiamento delle pene.

Scaduto il termine del primo aprile scorso che la Procura aveva dato per raggiungere un accordo, le difese hanno presentato una corposa memoria per chiedere l’archiviazione delle accuse. Ora, però, inquirenti e difese sono tornati a valutare l’ipotesi di arrivare davanti al gip con uno o più istanze di patteggiamento. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, coordinata anche dal procuratore Francesco Greco, i profitti realizzati in Italia dalla società di Cupertino, secondo uno schema che sarebbe stato seguito anche da altri colossi dell’hi-tech e di Internet, sarebbero stati contabilizzati dalla filiale della società con sede in Irlanda, Paese dove la pressione fiscale è più favorevole.

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