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Ezell: “I mancati investimenti in Ict penalizzano la crescita”

È necessario che il governo rafforzi il ruolo guida nel mondo dell’innovazione specialmente ora che è in piena evoluzione la battaglia per la leadership globale. L’analisi del vice president di Itif

23 Nov 2015

Stephen Ezell, Vice president della global innovation policy della Information Technology and Innovation Foundation (ITIF)

La crescita economica italiana continua a registrare prestazioni che sono al di sotto del suo potenziale. Anzi, dal 2010 l’economia dell’Italia si è contratta a un tasso medio annuale dello 0,5%, il risultato più debole tra tutte le grandi economie europee e molto inferiore anche rispetto alla timida crescita (+1%) dell’Unione europea nel suo complesso questo decennio. Se l’Italia vuole ribaltare questo trend, dovrà aumentare decisamente i suoi livelli di produttività e, per ottenere questo, il governo italiano dovrà attuare politiche concertate per stimolare un maggiore impiego e una più ampia adozione delle tecnologie ICT da parte di consumatori e imprese, nonché adottare politiche per l’innovazione proattive che rafforzano la capacità di innovare delle imprese e delle industrie italiane.

La crescita della produttività – incrementi dell’output economico per unità di input – rappresenta la fetta più grande della crescita economica in tutte le nazioni. Gli economisti misurano la crescita della produttività tramite due indicatori: la crescita della produttività del lavoro – più output per lavoratore per ora – e la crescita della produttività multifattoriale (MFP) – che tiene conto della crescita di produttività da tutti i fattori, includendo forza lavoro, capitale e tecnologia, e che è generalmente considerata come uno dei parametri chiave che misura l’evoluzione tecnologica o il dinamismo tecnologico di lungo termine di un’economia.

Purtroppo però sia la crescita della produttività del lavoro che della produttività multifattoriale in Italia sono in stallo: il Conference Board ha rilevato che i livelli medi annuali di produttività del lavoro italiani si sono ridotti dello 0,2% e quelli di produttività multi-factor si sono contratti dello 0,7% annuo in questo decennio. Quel che è peggio, la produttività multifattoriale italiana si è ristretta notevolmente da almeno il 1999. Nel 2014 l’Italia ha registrato la più bassa crescita della produttività del lavoro di qualunque Paese colpito dalla crisi dell’euro, con la crescita della produttività del lavoro nella manifattura che è caduta dell’1,5%. Oggi i livelli di produttività del lavoro italiani sono appena il 75% di quelli degli Stati Uniti.

Ma i deludenti risultati dell’Italia nella crescita della produttività del lavoro rispecchiano una situazione europea ben nota. Basti considerare che, mentre dal 1980 al 1995 la produttività del lavoro nei 15 Paesi dell’Ue è cresciuta a un ritmo del 2,4% annuo rispetto alla crescita dell’1,4% degli Stati Uniti, dal 1995 a tutto il 2013, la produttività del lavoro europea è cresciuta solo la metà di quella dell’America. Questo costituisce un’opportunità mancata, perché se le 15 nazioni dell’Ue avessero mantenuto il tasso di crescita della produttività messo a segno dal 1980 al 1995 anche dal 1995 al 2013, il loro Pil annuale sarebbe oggi del 16% più alto e le loro economie prese insieme varrebbero 1.600 miliardi di euro in più da aggiungere al livello attuale di 10.600 miliardi di euro.

Come scrive la Information Technology and Innovation Foundation (ITIF) nel suo documento “Raising European Productivity Growth through ICT”, la ragione principale per cui sia l’Italia che l’Ue hanno registrato tassi di crescita della produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti da quando è iniziata l’era di Internet è che la nostra regione ha ricavato minori incrementi di produttività dalle Ict. Infatti dal 1985 al 2010 il contributo dell’Ict alla crescita economica dell’Italia è stato appena la metà che negli Stati Uniti.

Questo conta molto perché le Ict generano un più alto ritorno per la crescita della produttività rispetto a quasi tutte le altre forme di investimento di capitale, visto che i lavoratori dell’Ict danno un contributo alla produttività che è da tre a cinque volte maggiore rispetto ai lavoratori non del settore Ict. L’impatto dell’Ict sulla produttività si esprime attraverso due canali. Primo, l’Ict aumenta la produttività del lavoro nelle industrie che usano le Ict perché fa sì che la forza lavoro produca di più o lavori in modo più efficiente. Secondo, l’Ict fa diventare il capitale fisico più produttivo. In pratica, l’Ict rappresenta un “super capitale” che ha un impatto molto più grande sulla produttività di qualunque altra forma di capitale.

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In altre parole, un motivo fondamentale per cui sia la crescita della produttività che la crescita economica dell’Italia sono rimaste indietro è che le industrie e le imprese italiane non stanno investendo abbastanza in Ict e non le usano abbastanza per trasformare i loro modelli di business e le loro attività produttive. Questo fatto è ben illustrato dallo studio dell’Ocse “Science, Technology and Industry Outlook 2014”, che ha rilevato che gli investimenti dell’Italia in Ict sono ben al di sotto della media Ocse e lo stock totale italiano di capitale Ict è molto indietro rispetto a nazioni simili. Inoltre, il tasso di adozione della banda larga fissa nelle case italiane è tra i più bassi dell’Unione europea.

Se sicuramente il settore privato italiano ha bisogno di investire di più in Ict, anche la politica del governo gioca un ruolo vitale nel creare le condizioni e le strutture incentivanti attraverso le quali possono avere luogo maggiori investimenti – e maggiore attività di innovazione – da parte del settore privato. Per molti anni, alcune nazioni (in particolare i Paesi anglo-sassoni) hanno adottato un atteggiamento laissez-faire in base al principio per cui la crescita economica doveva essere lasciata soprattutto ai mercati, senza alcun ruolo per il governo. Ma questo atteggiamento – specialmente negli Stati Uniti, dove l’amministrazione Obama lo scorso mese ha presentato la sua terza “Strategy for American Innovation”, e in Gran Bretagna, dove il governo di Cameron ha lanciato la nuova strategia industriale nel 2014 – è stato sostituito da una nuova consapevolezza che i governi possono e devono svolgere un importante ruolo abilitatore nel dare supporto agli sforzi di innovazione del settore privato.

Per questo un numero crescente di Paesi ha creato delle fondazioni o agenzie nazionali per l’innovazione e messo a punto articolate strategie per l’innovazione. Le strategie di innovazione dei Paesi rappresentano un approccio coerente che cerca di coordinare politiche disparate su ricerca scientifica, commercializzazione delle tecnologie, investimenti per la realizzazione di infrastrutture Ict e adozione dell’Ict, formazione e sviluppo di competenze, fisco, commercio, proprietà intellettuale, approvvigionamento pubblico e politiche regolatorie in un sistema integrato capace di spingere la crescita economica tramite lo stimolo dato all’innovazione. In modo molto efficace, queste strategie cercano esplicitamente di collegare scienza, tecnologia e innovazione con la crescita dell’economia e dell’occupazione, creando sapientemente un piano d’azione che permetta ai Paesi di competere e vincere in attività economiche basate sull’innovazione. All’Italia purtroppo mancano sia agenzie o fondazioni ad hoc sia una vera e propria strategia nazionale per l’innovazione.

Tuttavia, il governo italiano ha compiuto alcuni importanti passi in avanti per affrontare questo ritardo, come il varo dell’iniziativa Italia Digitale nel 2012 per promuovere la digitalizzazione del settore pubblico, il lancio del Piano Nazionale Ultra-banda larga per migliorare infrastruttura Ict e servizi, lo sviluppo di “strategie per la specializzazione intelligente” (cioè piani di sviluppo economico regionale) per le regioni, il lancio di nuovi programmi per aiutare a finanziare le giovani imprese italiane innovative. Ma è necessario che il governo rafforzi il suo ruolo guida, specialmente ora che i Paesi competono sempre più aggressivamente per la leadership globale nell’innovazione. Infine, nella moderna economia della conoscenza il valore viene creato in misura crescente dall’estrazione dai dati di conoscenza utile a prendere decisioni e agire. Si stima che metà di tutto il valore generato nell’economia globale nel prossimo decennio sarà creato digitalmente. McKinsey calcola che l’analisi dei dati (o “big data”) da sola aggiungerà fino a 3.000 miliardi di dollari di valore all’economia globale ogni anno nei prossimi anni. E questo valore non andrà a beneficio solo delle grandi imprese: il 60% delle aziende con cinquanta o meno dipendenti sia in Europa che negli Stati Uniti dice che la data analytics è vitale per il loro business. Eppure l’Europa non genera tanto valore dai dati quanto riescono a fare gli Stati Uniti. Anzi, se le sei maggiori economie europee – Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito — potessere alzare la loro “densità digitale”— ovvero la quantità di dati usati pro capite – ai livelli degli Usa, potrebbero generare ulteriori 460 miliardi di euro di output economico l’anno, pari a un incremento del 4% ai loro Pil.

Ma perché imprese e industrie sulle due sponde dell’Atlantico riconoscano il pieno potenziale dei dati, è imperativo che Europa e Stati Uniti adottino politiche capaci di assicurare flussi transfrontalieri aperti di dati che prevedano obbligatoriamente forme di protezione per la privacy dei consumatori, un tema che è diventato ancora più importante dopo la decisione della Corte di Giustizia europea che ha invalidato l’accordo Safe Harbor finora esistente tra Stati Uniti e Unione europea. I policymakers negli Usa e in Ue devono lavorare insieme per implementare rapidamente un accordo ad interim cosicché la decisione della Corte non continui a pesare negativamente sul commercio digitale transatlantico. Ancora più urgente, mentre Stati Uniti e Europa hanno trovato un Umbrella Agreement per lo scambio dei dati relativi alle attività criminali, è che i policymakers portino a conclusione il processo di creazione di un Safe Harbor 2.0 con condizioni che siano bene accette per entrambe le parti. La posta in gioco in questo “Safe Harbor 2.0” è alta: si tratta della futura percorribilità della più importante relazione economica nel mondo. Se vogliamo che i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Europa continuino a prosperare nell’era del commercio digitale, entrambe le parti devono venirsi incontro e fare delle concessioni. Le aziende usano i dati in modi creativi, sorprendenti, per generare nuovo valore per l’economia globale. I policymakers devono saper essere ugualmente visionari nel disegnare regole che proteggono i diritti alla privacy dei cittadini senza annullare l’effetto catalizzatore dei dati sul potenziale di crescita economica.