Fase 2, Bandinelli: “Boom di richieste per i trust services” - CorCom

L’INTERVISTA

Fase 2, Bandinelli: “Boom di richieste per i trust services”

Il marketing manager di Aruba Enterprise: “Dal lockdown una grande accelerazione su larga scala delle soluzioni che ruotano attorno alla firma digitale. Tra i settori più dinamici il mercato immobiliare”

11 Giu 2020

Antonello Salerno

“Il lockdown dovuto alle sfortunate circostanze dell’emergenza Coronavirus ha dato una grande accelerata ai trust services. Anche noi siamo stati sorpresi dal questo boom su larga scala: le aziende si sono immediatamente messe alla ricerca di soluzioni per poter proseguire nel business nonostante il distanziamento sociale. E il paradosso è che queste soluzioni erano fortunatamente già pronte: i trust services infatti, dalla Pec alla firma digitale alla firma grafometrica, facevano già parte della nostra vita: si tratta di servizi maturi, che è stato facile implementare velocemente”. Lo afferma in un’intervista a CorCom Massimo Bandinelli, Marketing Manager di Aruba Enterprise, che spiega come i trust services siano stati un complemento essenziale per lo smart working, o per completare transazioni e contratti che di persona non avrebbero potuto essere siglati a causa del lockdown. 

Bandinelli, quali sono allo stato attuale i vantaggi dei trust services in vista della ripartenza?

In questo periodo si è creata una consapevolezza enorme, siamo in un momento in cui tutti hanno scoperto definitivamente l’importanza del digitale. Ma nonostante questo  dipendiamo ancora da una grande mole di processi basati su carta e penna. Con il lockdown abbiamo capito che è possibile scambiarsi informazioni e documenti anche da remoto, stando ognuno a casa propria. Si tratta di tecnologie che si stavano già diffondendo a un buon ritmo: a dimostrarlo c’è il fatto che i servizi di firma digitale crescono del 55% anno su anno, e che oggi contiamo su una mole di tre miliardi di firme digitali nell’arco dei 12 mesi, con un potenziale di espansione ancora estremamente alto. In cima ai vantaggi c’è sicuramente la velocità: grazie alla tavoletta grafometrica, alla firma digitale o alla firma remota, il documento firmato è subito disponibile, non ha bisogno di essere archiviato manualmente o spedito. Poi c’è il miglioramento della user experience, con un alleggerimento della “burocrazia” per l’utente, e la sicurezza, perché oggi grazie alla tecnologia e ai processi di certificazione di cui disponiamo la firma digitale è equiparabile a quella apposta fisicamente con la penna, con lo stesso valore legale.

Questa consapevolezza rimarrà anche dopo la fine dell’emergenza?

Credo che non ci sia davvero nessun motivo valido per fare passi indietro. Alcune aziende hanno anche fatto investimenti importanti rispetto al digitale, e avranno tutto l’interesse a valorizzarli. L’importante da qui in avanti è poter contare su team che parlino la lingua della dematerializzazione e anche del cloud, e proprio per questo mettiamo a disposizione dei nostri clienti dei professionisti che aiutano non soltanto a considerare le singole soluzioni, ma a digitalizzare i processi, perché proprio da questa dinamica nascono i vantaggi più grandi in termini di razionalizzazione dei costi e semplificazione. 

Quali sono i trust services oggi disponibili sul mercato e per quali fini possono essere utilizzati? Su cosa punta Aruba in particolare?

In questo momento Aruba copre tutti i segmenti dei trust services: si tratta nella maggior parte dei casi di soluzioni e servizi che si integrano e si completano l’uno con l’altro. Oggi il trust service per eccellenza è la firma digitale nei suoi vari livelli, che si collega idealmente con la dematerializzazione dei flussi documentali e dei processi di firma più strutturati. Così si passa ad esempio dalla semplice soluzione di firma al libro firma, dove accedono diversi utenti, alla firma grafometrica. Complementare a queste soluzioni è la conservazione digitale a norma, che è un servizio meno noto ma che può rappresentare un valore aggiunto fondamentale per le aziende. Nel campo della PA ad esempio abbiamo realizzato un progetto per la Regione Lombardia per la conservazione dei dati sanitari, che di fatto rappresenta un esempio importante per il mondo della sanità su scala nazionale. E poi c’è la Pec, che è un “must service”: in questo campo forniamo servizi sia agli utenti finali sia alle aziende che a loro volta vogliono erogare un servizio Pec a terzi, o creare sistemi per le aziende, il cui scambio di informazioni interno può produrre documenti da avviare in automatico alla conservazione digitale. 

Quali sono le nuove frontiere tecnologiche dei trust services?

Se vogliamo guardare ai sistemi più evoluti e promettenti per il futuro, potremmo citare il riconoscimento de visu da remoto: per erogare I trust services infatti è necessaria l’identificazione certa della persona e abbiamo costruito una piattaforma che consente di farlo in piena conformità anche da remoto. Molte aziende che hanno bisogno di riconoscere i loro interlocutori in maniera ufficiale per scopi normativi o procedurali si stanno rivolgendo ad Aruba per poter acquisire questa piattaforma. 

Tra B2B e B2C qual è il settore più dinamico in questo momento sui trust services?

Generalmente direi il B2B, ma l’emergenza Coronavirus ha fatto crescere molto anche il B2C. Di certo però nel business to business c’è ancora bisogno di un approccio molto consulenziale, bisogna accompagnare le aziende nel loro percorso di digitalizzazione, perché non si tratta di acquistare una singola soluzione, ma di capire come grazie al digitale si possano semplificare i processi aziendali. Si tratta di cambiamenti che normalmente si sviluppano in tempi medio-lunghi, con un approccio di gradualità che consenta di apprezzare i vantaggi e accompagnare il cambiamento. Perché se ad esempio su Pec e fatturazione elettronica si inizia ormai a percepire con chiarezza quali sono i vantaggi, per altre soluzioni c’è bisogno dell’aiuto di un nostro solution architect che dimostri le opportunità e contribuisca a disegnare una roadmap di digitalizzazione. 

Soffermiamoci sul settore immobiliare. Quali sono i punti di forza e i vantaggi che una società del settore può trarre dall’utilizzo dei vari strumenti di firma digitale oggi disponibili? E quali sono i vantaggi per l’utente finale?

Il settore immobiliare è uno di quelli che ci hanno più stupito negli ultimi mesi. Perché in questo campo si è creata una vera e propria discontinuità che ha portato a un boom di richieste. Le richieste sono partite nella maggior parte dei casi dalla firma digitale, declinata nelle sue varie modalità, che durante il lockdown si è dimostrata utile per una serie di processi come la gestione degli immobili, le aste, i compromessi e tutte le operazioni in cui poteva essere utile acquisire la firma del cliente o dell’utente a distanza. Ma anche la firma grafometrica, ad esempio, offre una serie di opportunità alle agenzie immobiliari che hanno diverse filiali sparse sul territorio, consentendo di archiviare e centralizzare i documenti senza la necessità di spedirli. Molte aziende ci hanno chiesto di poter strutturare il loro processo di firma di documentazione in digitale e in più qualcuno ci ha anche chiesto di poter erogare le firma in maniera autonoma. È il caso ad esempio delle firme “one shot”, che scadono dopo pochi minuti, e delle soluzioni de visu per il riconoscimento di chi sigla il documento. E infine c’è la collaborazione con i notai: collaboriamo con Notartel per sottoscrivere gli atti notarili online, una partnership che può portare in prospettiva a formule per la sottoscrizione dei contratti in videoconferenza.

Quali sono oggi le partnership che vi stanno dando più soddisfazione nel campo dei trust services?

Un nostro “zoccolo duro” è la collaborazione con diversi ordini professionali. Inoltre un dialogo ormai strutturato è quello che abbiamo messo in campo con Decathlon, società distribuita sul territorio nazionale che ha beneficiato molto dei processi più veloci ed efficienti. Abbiamo già citato Regione Lombardia, e poi c’è Banca Ifis con cui siamo al lavoro per la dematerializzazione dei processi. O ancora, Arpat, che a maggior ragione, dal canto suo, declina la digitalizzazione anche come strumento per l’ecosostenibilità, in ottica green.

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