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IL POSITION PAPER

Frequenze 700Mhz, Anitec: “Transizione veloce per il bene del 5G”

L’Associazione prende posizione sul dibattito switch-off: “La riassegnazione alle telco deve avvenire in una data più prossima possibile al 2020”. Serve che l’Italia si allinei alle logiche europee per evitare “gravi ripercussioni sulla nostra economia”

08 Giu 2016

Andrea Frollà

“La transizione verso le 700Mhz deve avvenire in una data più prossima possibile al 2020”. È questa la convinzione di Anitec, che in un position paper ribadisce il proprio giudizio sul dibattito relativo allo switch-off delle frequenze 700Mhz da tv a telefonia mobile e non solo. Per colmare il gap con i maggiori paesi europei e mondiali in termini di diffusione digitale, spiega l’Associazione che rappresenta le aziende fornitrici di servizi e tecnologia della filiera ICT, è necessario perseguire “una logica di la quarta rivoluzione industriale, legata all’adozione delle tecnologie digitali nelle imprese di tutti i settori produttivi, e IoT, l’interconnessione degli oggetti attraverso la rete e la gestione intelligente dei dati scambiati”. Due ambiti di sviluppo strettamente collegati alla disponibilità futura delle reti 5G, in grado di sostenere al crescente domanda di traffico dati e del numero di dispositivi connessi.

“La proposta UE di allocare entro il 2020 ai servizi di telecomunicazione wireless la banda 700MHz, attualmente dedicata alla trasmissione dei servizi radiotelevisivi, è volta a favorire il progresso tecnologico e la competitività dell’Europa nell’economia globale”, sottolinea Anitec ricordando come Francia e Germania abbiano già accolto con favore questa proposta attuando strategie nazionali coerenti con l’obiettivo temporale 2020.

“È quanto mai necessario che anche l’Italia si allinei il più possibile alle stesse logiche: non essere tra i primi in Europa nell’adozione delle nuove tecnologie e servizi 5G metterebbe l’Italia in una posizione di ulteriore svantaggio, con gravi ripercussioni sulla nostra economia, sull’efficienza della Pubblica Amministrazione, sulle imprese e sui cittadini”. Anitec spiega poi che “i broadcaster italiani ed il regolatore hanno da tempo indicato gli standard DVB-T2 e HEVC quali presidi tecnologici elettivi per soddisfare, al contempo, le esigenze in termini quantitativi (numero di canali) e l’evoluzione verso la definizione HD e UltraHD”.

Sotto questo punto di vista la tempistica italiana, secondo disposizioni normative più recenti, prevede dal 1° Luglio 2016 la cessione alla distribuzione e dal 1° Gennaio 2017 l’obbligo di vendita al consumatore unicamente di apparati con queste dotazioni di standard. “I produttori di apparecchi riceventi (TV e Decoder) – sottolinea l’Associazione – si sono per tempo adeguati alle scelte del legislatore, sostenendo investimenti aggiuntivi per realizzare una produzione specifica per il mercato italiano”.

Se il passaggio alla tecnologia T2/HEVC è stato individuato dall’Italia come la scelta nazionale verso la quale far evolvere la piattaforma di distribuzione dei servizi televisivi più diffusa, secondo Anitec “cambiare ora paradigma (ad esempio verso il modello francese) significherebbe disconoscere e rimettere in discussione scelte strategiche già attuate, che hanno già mosso investimenti importanti nel settore industriale e rinunciare alle caratteristiche di efficienza e qualità evoluta di cui abbiamo detto”. Il rinnovo del parco installato, si legge nel position paper, “determina un beneficio in termini di qualità più elevata dei contenuti fruibili dagli utenti rispetto alla situazione attuale ed il mantenimento della pluralità di canali oggi garantita dall’attuale bouquet”.

Per Anitec è fondamentale che ogni soluzione sia individuata non solo in un’ottica di crescita del Paese, ma soprattutto “nel rispetto delle scelte di percorso già operate ed in modo contestuale per tutti i comparti interessati”. Il rischio, conclude l’Associazione, è di “non raggiungere gli obiettivi prefissati in termini di diffusione delle soluzioni IoT in ottica Industry 4.0, producendo un ingente ‘costo del non fare’ (dai risvolti anche sociali) legato alla mancata innovazione digitale”.

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