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L'INTERVISTA

Fusione Agcom-Privacy, Nicita: “Spazio all’era della seconda convergenza”

Il commissario Agcom spiega il senso della sua proposta e gli effetti della creazione di un’autorità per la regolazione digitale: “Serve un unico framework per cittadini e imprese in un ecosistema caratterizzato da una continua offerta di servizi in cui estrazione e valorizzazione del dato sono centrali”

08 Feb 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

“Ringrazio CorCom e tutti coloro che sono intervenuti per il bel dibattito che hanno alimentato su una bozza d’idea, quella di un’autorità convergente per la regolazione digitale, che da tempo ho avanzato e che, evidentemente, sta a poco a poco trovando il suo tempo e il suo spazio. Posto che, date tutte le incompatibilità esistenti, parlo di un’idea che non riguarda me o gli attuali componenti delle varie autorità, il punto che mi interessa non è tanto la razionalizzazione delle autorità, che può condurre anche a ipotesi alternative. Mi interessa il governo della “seconda convergenza”, dopo quella tra tlc e audiovisivo, cioè la convergenza tra comunicazioni e dati, in un nuovo design tra diritti e mercati nell’ecosistema digitale. Antonio Nicita, commissario Agcom puntualizza il senso e le opportunità di questa “idea”.

Quindi la riforma che propone rappresenta un adeguamento dei pubblici poteri alla evoluzione dei mercati e delle interazioni sociali e non una mera riforma istituzionale?

Assolutamente sì. Do per scontato che qualunque eventuale riforma debba essere tale da aggiungere e non sottrarre. Deve rafforzare e non diminuire l’azione odierna. Nessun annacquamento di poteri, anzi, esattamente il contrario. Viviamo in un ecosistema estremamente complesso che necessita, come ha detto qui Di Porto, di una visione olistica e trasversale sulle reti, i servizi ed i diritti digitali, che possa guardare alle interdipendenze esistenti nel sistema; senza quindi rischiare né di deprimere l’innovazione né di fornire una tutela incompleta o meramente formale dei diritti. Quest’ultimo è un classico rischio di fallimento della regolazione, che la mia modesta proposta cercare di minimizzare.

Ma non sarebbe allora sufficiente rafforzare il coordinamento fra le Autorità come alcuni hanno sostenuto?

Certamente il coordinamento è fondamentale e peraltro funziona bene. Ma il tema non è il rapporto di complementarietà tra due o più autorità, quanto la costruzione di un unico framework, un unico scudo regolatorio per cittadini e consumatori dal lato delle varie imprese che operano nell’ecosistema digitale in una continuità di offerta di servizi in cui estrazione e valorizzazione del dato sono centrali. L’adeguamento anche a livello Ue c’è, ma è parziale, lento e faticoso. Abbiamo problemi in cerca di regole e rischiamo di lasciare dei buchi in cui cresce il potere privato di grandi giganti. Dobbiamo governare due visioni dei dati.

Quali?

Nell’ecosistema digitale la comunicazione avviene in mercati multi-versante: flussi di attenzione, flussi di dati, flussi di inserzionismo pubblicitario. È una transazione complessa che ha bisogno di un ordine istituzionale complesso di governance su tre domini: mercato, privacy digitale, pluralismo 2.0. Il che può esser realizzato con il coordinamento oppure con una centralizzazione. Bisogna valutare pro e contro. Tutto qui. Io mi sono convinto che un passo coraggioso verso un’Autorità di regolazione digitale ci darebbe il modello migliore.

Ma c’è chi teme che una regolazione del mercato dei dati trasformi il dato personale in oggetto di scambio, quando si tratta di un diritto inalienabile?

Tema molto complesso e appassionante. Ne sto scrivendo in un libro che uscirà tra qualche mese. Il dato personale è un bene inalienabile, ma si trasforma ex-post in un diritto di proprietà di fatto, detenuto in esclusiva da coloro che lo impiegano per alcuni usi, sui quali costruiscono sia modelli di business che strategie di propaganda politica. C’è uno scambio implicito senza un mercato trasparente, con il paradosso che l’uso esclusivo tutela la privacy digitale ma non la concorrenza ed in sostanza neanche l’utente-consumatore. Insomma abbiamo dati inalienabili, ma di fatto ceduti per certi usi e, grazie al Gdpr, portabili. È un paradigma complesso quello del dato e abbiamo bisogno di una regolazione che si occupi assieme del nostro diritto fondamentale alla protezione del dato come cittadini digitali, ma anche degli impatti sui vari mercati, delle interazioni fra imprese e consumatori e degli effetti sul pluralismo 2.0 come utenti delle varie piattaforme digitali.

Cosa pensa invece del rischio di annacquamento della disciplina della tutela dei dati personali, sollevato da molti?

Queste preoccupazioni, avanzate qui da Bolognini, Rapari, Riccio e Panetta sono del tutto legittime ma devono misurarsi con una proposta concreta e con il costo opportunità dello status quo. Dico con chiarezza che se anche uno solo dei poteri esistenti venisse diminuito o svilito, allora la trasformazione istituzionale paritetica che ho in mente sarebbe un sicuro fallimento. È del tutto evidente che invece il progetto proposto dovrebbe mantenere tutti i poteri esistenti, fondati sulla normativa nazionale ed europea, conferendo anche una chiara autonomia organizzativa interna ai vari presìdi, sviluppando le tante complementarietà e sinergie. Io penso a un rafforzamento dei ruoli, a cross fertilization come hanno detto Faggioli, Nava, Cambini Di Porto e Capone, ma senza toccare le prerogative esistenti.

Parlando di modello istituzionale, quale ha in mente?

Le confesso che non ho riflettuto a fondo su uno specifico modello istituzionale. E non credo debba essere il mio compito. Ho solo voluto lanciare un amo per una riflessione politico-istituzionale. So soltanto che cambiare le autorità in corsa è impossibile. Oggi invece si apre una finestra, tra giugno e luglio, in cui si può intervenire. La prossima occasione, come certe comete, si ripresenterà tra 7 anni. Qui si tratta di decidere se anticipare o meno una “seconda convergenza” proprio come Agcom anticipò, vent’anni fa, la prima convergenza tra tlc e tv. Ma non mi illudo che ciò avverrà. Ne riparleremo nel 2026…chissà come sarà evoluto l’ecosistema per allora.

Molti osservano che in nessun altro paese esiste un assetto di questo tipo?

Tra tutte, questa è la critica che considero meno fondata. Anche Agcom, vent’anni fa, assieme ad Ofcom, era un caso raro di convergenza. Oggi seguono tutti questo modello. Il disegno europeo mette la privacy digitali nel novero della Dg Connect e proprio perché l’Italia è stata una best practice nella “prima convergenza” può essere un soggetto che anticipa la seconda convergenza, ridefinendo un‘autorità per il digitale che metta al centro la relazione “comunicazioni-dato” e abbia tutti i numeri per tutelare e garantire diritti, ma anche per indirizzare la seconda convergenza con una più ricca ed efficace cassetta degli attrezzi.

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