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L'editoriale

Futuro “olistico” per la Tv? Purché ci sia collaborazione

Anche la televisione si appresta alla trasformazione che la farà diventare multipiattaforma e multidevice. La fibra non cancellerà il satellite né (per ora) l’etere. Ma i vari stakeholder devono spingere su sistemi aperti e dialoganti

16 Giu 2017

Gildo Campesato

Quale sarà il futuro della televisione? Una risposta non semplice a darsi: il drastico e veloce cambiamento delle tecnologie di trasmissione e le modalità sempre più complesse con cui si fruisce del mezzo (con molti giovani che nemmeno guardano o quasi il “piccolo” schermo) disegnano un panorama in cui anche gli addetti ai lavori e gli stakeholder del settore faticano a destreggiarsi con la sfera di cristallo.

Eppure, sarebbe del tutto sbagliato celebrare sin d’ora il funerale della televisione lineare, magari sull’onda dell’entusiasmo dei progetti per la infrastrutturazione in fibra ottica del Paese o per il trasferimento alle telecomunicazioni mobili della banda a 700MHz oggi utilizzata dal broadcasting della tv digitale. Un trasferimento che potrebbe portare, stando ad alcuni analisti, alla scomparsa dlla tv tradizionale, sostituita del tutto da una fruizione dei contenuti video molto più personalizzata.

A noi, invece, la celebrazione di questo funerale pare non solo prematura, ma anche fuori luogo. Per qualche decennio almeno. E non soltanto perché di tecnologie moribonde se ne sono certificate parecchie in passato, salvo poi doversi ricredere. Per restare in tema, la radio ne è forse l’esempio più clamoroso. Persino il vinile, pure se di nicchia, sta tornando di moda.

Il che non significa, però, che la Tv rimanga immutata. Anzi. Per continuare a vivere dovrà rinnovarsi in fretta, adeguandosi alle opportunità offerte dalle nuove abitudini di fruizione e dall’evoluzione delle tecnologie di trasporto del segnale; deve saper offrire contenuti capaci di attrarre l’attenzione di classi generazionali diverse per non rimanere inchiodata sui gruppi di popolazione più anziane; e deve farlo con modalità flessibili capaci di attrarre l’interesse di consumatori sempre più smart ed esigenti.

La cosa, in realtà, sta già avvenendo, pur senza molti annunciaaltisonanti. Anche in Italia. Come sii è avuto modo di constatare anche al recente European Digital Forum tenutosi a Lucca.

In questa occasione, Eutelsat ha annunciato che ormai 100 canali satellitari italiani vengono trasmessi in qualità di alta definizione. Si tratta di un terzo di tutti i canali tv trasmessi dai satelliti Hot Bird nella nostra lingua. Ed è un numero certamente destinato a crescere. Ciò significa che oltre a mediaset, Rai e Sky anche molti operatori televisivi italiani scommettono sull’evoluzione. In altre parole, investono in tecnologie e contenuti di miglior qualità visiva puntando sull’attrattività dell’HD. E, nei casi più avanzati, scommettono anche sulla prossima generazione dell’ultra HD, in particolare il 4k le cui prime sperimentazioni stanno chiaramente mostrando che si tratta di una tecnologia robusta e convincente, pronta a fare il suo ingresso sul mercato.

Che i consumatori siano sensibili e predisposti a cogliere queste innovazioni lo mostra il mercato degli schermi tv, che vede un marcato spostamento degli acquisti verso gli apparecchi più grandi in pollici e più performanti in pixel. Ma lo mostra anche un altro dato emerso a Lucca. Sono i 3 milioni gli italiani abbonati alla piattaforma satellitare in chiaro di Tivùsat, in forte aumento negli ultimi mesi. Se i primi abbonati erano certamente legati alla funzione più “sociale” della joint venture satellitare Rai-Mediaset (raggiungere dallo spazio le case non servite dall’etere) il grosso incremento degli ultimi tempi è invece dovuto soprattutto alla ricca offerta di canali in alta definizione che il digitale terrestre non può permettersi di trasportare, a causa della limitata capacità dei suoi canali.

Ciò testimonia, secondo noi, la rapida obsolescenza del digitale terrestre che appare sempre più inadeguato a supportare la ricchezza contenutistica e la qualità di immagine dei nuovi prodotti televisivi. Da questo punto di vista, la concessione alle telco entro il 2022 delle frequenze a 700MHz oggi in dotazione alle tv sembra marcare la fine di un’epoca comunque destinata a chiudersi abbastanza in fretta.

Anche se gestire il traghettamento non sarà affatto semplice, visti i milioni di famiglie che saranno coinvolte. L’esperienza dello switch off dall’analogico al digitale terrestre, con i suoi voucher e i suoi contributi pubblici sembra del tutto improponibile di nuovo. Sia pur in forma residuale, il digitale terrestre sembra comunque destinato a prolungare la sua vita oltre la scadenza del 2022. Anche per questo è meglio pensarci per tempo e preparare un passaggio che sarà giocoforza progressivo.

Appare poi improbabile pensare di sostituire del tutto il vecchio sistema di trasmissione broadcasting (terrestre o satellitare che sia) con la fibra ottica che arriverà nelle case. Intanto, perché i tempi di realizzazione dei nuovi network ottici difficilmente raggiungeranno tutte le abitazioni entro tre-quattro anni, nonostante gli sforzi. Ci saranno comunque aree televisive “bianche”. Per ragioni di copertura fisica, ma anche per cultura e predisposizione psicologica dei pubblici, ad esempio quelli più anziani, che non sarà facile convincere a cambiare il televisore e abbonarsi a Internet veloce per vedere quello che ora vedono sull’etere. Ci vorrà tempo.

E poi c’è fibra e fibra e non tutto quel che viene chiamato fibra è fibra fino in fondo. Bisognerà capire sul campo la capacità effettiva delle diverse reti (come quelle ibride fibra/rame) di trasportare segnali video di alta qualità a milioni di fruitori contemporaneamente. Ad esempio, reggeranno server e rete ottica a una fruizione in contemporanea di milioni di italiani quando si tratterà di vedere una finale dei mondiali di calcio che vede l’Italia in campo? È tutto da verificare. Fruizione di video on demand e broadcasting tv sembrano destinati a convivere, con funzioni diverse e complementari.

La realtà, infatti, ci dice che non esiste una sola piattaforma. È uno scenario di integrazione e “collaborazione” fra piattaforme diverse che va preparato. Etere, spazio, cavi ottici: ciascuno avrà funzioni specifiche, con specializzazioni di contenuti e pubblici differenziati secondo le caratteristiche più pregnanti di ciascuna piattaforma.

Anche i device con cui si vedranno i contenuti “televisivi” sono destinati ad integrarsi. Vedremo la TV sullo schermo di casa, ma vorremmo guardare lo stesso programma anche sul tablet o sul telefonino quando siamo in movimento o semplicemente in un’altra stanza che non sia il salotto dove qualcuno sta vedendo un programma cui non siamo interessati. Lo schermo tv diventa tanti schermi in parallelo.

Precursore, da questo punto di vista, lo “smart beam” presentato da Eutelsat a Lucca, pur se ancora in fase di sperimentazione. Si tratta di una app scaricabile da Internet che consente di selezionare la visione di un canale sul proprio tablet grazie alla comunicazione WiFi con un modem che riceve il segnale satellitare.

Lo scenario evolutivo pare segnato: da un lato la collaborazione tra le diverse piattaforme distributive, dall’altro la molteplicità di device in grado di “leggere” i segnali in arrivo da fonti. Niente barriere o specializzazioni che non dialogano fra loro ma integrazione. Qualcuno l’ha chiamata, abbastanza a ragione, la tv “olistica”. Per farsi strada, tuttavia, ha bisogno anch’essa di un approccio “olistico” e collaborativo da parte di tutti. A partire dalla definizione di standard aperti e veramente in comune.

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