IL CASO

Google patteggia: 19 milioni per chiudere il caso app

Big G archivia il procedimento avviato dalla Federal Trade Commission sulle bollette shock a carico di numerosi consumatori dovute agli acquisti “pilotati” di app da parte dei bambini. Le famiglie saranno risarcite completamente

05 Set 2014

Patrizia Licata

Google ha patteggiato con la Federal Trade Commission americana chiudendo il procedimento che la vedeva coinvolta e che ha sostenuto che Big G abbia fatto indebitamente pagare milioni di dollari ai suoi utenti per acquisti effettuati all’interno delle app mobili. Questo sarebbe accaduto tramite l’utilizzo delle applicazioni da parte di bambini che avevano scaricato le applicazioni da Google Play su dei dispositivi Android e hanno effettuato una serie di spese in-app senza consenso dei genitori.

In base al patteggiamento, Google risarcirà i genitori dei bambini incorsi nelle spese in-app sborsando un minimo di 19 milioni di dollari: la Federal Trade Commission ha infatti sostenuto che le spese sono state effettuate senza il consenso e l’autorizzazione del possessore del conto da cui i soldi sono stati prelevati. Google ha anche acconsentito a modificare le sue procedure di fatturazione in modo da ottenere il consenso esplicito e informato da parte dei consumatori prima di addebitare il pagamento di beni e servizi venduti nelle app mobili.

L’esposto della Ftc contro Google indica che a partire dal 2011 Google ha violato la disposizione della commissione che vieta pratiche commerciali “scorrette” addebitando ai consumatori spese fatte dai minori nelle app per bambini scaricate dal negozio Google Play. Molti consumatori hanno riportato spese non autorizzate di centinaia di dollari ciascuno.

Questo è il terzo caso che la Commissione tratta sulle spese in-app non autorizzate fatte dai bambini. A gennaio, la Ftc ha annunciato un patteggiamento simile con Apple in cui ha chiesto alla Mela di rimborsare pienamente i consumatori i cui figli avevano fatto acquisiti nelle app pagando un minimo di 32,5 milioni di dollari e di ottenere il consenso esplicito e informato alle spese in-app. A luglio, poi, la Commission ha presentato un esposto in un tribunale federale contro Amazon per motivi simili e chiedendo ancora che la Internet company restituisca i soldi ai genitori.

Nel caso di Google la Ftc spiega che quando le spese in-app sono state introdotte nel Google Play store nel 2011, per fare gli acquisti bastava cliccare su delle icone, senza necessità di inserire password o altri sistemi di autorizzazione all’acquisto. A fine 2012 Google ha cominciato a richiedere l’inserimento di una password utente prima dell’acquisto, ma senza specificare la cifra da pagare; inoltre, una volta inserita la password, si creava una finestra di 30 minuti in cui si potevano fare acquisti in-app senza più dover dare altre autorizzazioni. La Ftc ha indicato che tutti questi sistemi non sono accettabili perché non danno sufficienti garanzie all’utente.