Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

PRIMO PIANO

Gualtieri: “Web tax in vigore dal 1° gennaio 2020”

Il governo renderà operativa la misura prevista dalla Manovra 2019. Il ministro dell’Economia: “Ma serve un impegno internazionale. Pronti a fare la nostra parte al G20”

10 Ott 2019

Federica Meta

Giornalista

La web tax entrerà in vigore il 1° gennaio 2020. L’annuncio lo ha fatto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri al termine dell’Ecofin. “Come è noto l’Italia ha la digital tax, noi la fermo entrare in vigore dal primo gennaio, è uno dei componenti della manovra – ha spiegato – La misura c’era ma non operativa. Non vogliamo solo la digital tax italiana ma vogliamo che sia collocata dentro una misura definita sul piano internazionale”.

“Noi faremo comunque la nostra, ma siamo parte attiva del negoziato che proseguiremo a Washington al G20”, ha aggiunto.

Il ministro ha aggiunto, inoltre, che siamo “siamo molto vicini a chiudere un accordo europeo sulla tassa sulle transazioni finanziarie che si configura come una sostanziale conferma del modello già in vigore in Italia”. Il titolare del Mef ha chiarito, tuttavia, che “non siamo parlando di nuove tasse per l’Italia, ma estensione a livello europeo di misure già in vigore nel nostro ordinamento con l’obiettivo di ridurre la concorrenza sleale e aumentarne l’efficacia”.

La web tax era stata prevista dalla manovra 2019:  Mef, Mise e le authority delle comunicazioni, privacy e Agid avrebbero dovuto varare le regole attuative entro 4 mesi dall’entrata in vigore della legge di bilancio. In realtà i decreti non erano stati varati in attesa di una decisione a livello Ue. A Bruxelles però i lavori si erano arenati in vista delle elezioni dello scorso maggio.

Cosa prevede la web tax italiana

Prelievo del 3% per le imprese con ricavi ovunque realizzati non inferiori a 750 milioni e ricavi derivanti da servizi digitali non inferiori a 5,5 milioni. E’ questo il cuore della web tax prevista dalla Legge di Bilancio 2019. Saranno la pubblicità mirata agli utenti online, la fornitura di beni e servizi venduti su piattaforme digitali e la trasmissione di dati degli utenti e generati dall’utilizzo di un’interfaccia digitale i tre ambiti di applicazione della nuova tassa.

Il prelievo colpisce soltanto il B2B: esclusi quindi servizi come Netflix e Spotify, come invece era stato ventilato nei giorni scorsi. Tra le aziende target potranno esserci Google, Facebook e Amazon sui business relativi alla pubblicità come pure i servizi offerti da Alibaba, Amazon o eBay. Si teme che il prelievo possa però ripercuotersi sulle piccole e medie imprese italiane che vendono, anche oltre confine, prodotti made in Italy.

L’imposta dovrà essere versata entro il mese successivo a ciascun trimestre e alla presentazione della dichiarazione annuale dell’ammontare dei servizi tassabili prestati entro 4 mesi dalla chiusura del periodo d’imposta.

La proposta Ocse

L’Ocse propone di dare ai paesi due nuovi tipi di diritto di imporre una tassazione sulle aziende. Il primo riguarda le aziende del digitale e che si rivolgono direttamente ai consumatori – quindi colossi come Google, Facebook, Amazon, Apple: i singoli stati potranno tassare una quota degli utili globali di queste multinazionali. Anche se tali utili vengono oggi trasferiti in sedi esterne a quello stato, l’Ocse propone di riallocarne una parte. La base per uno stato per calcolare l’aliquota resta il fatturato generato dalla data azienda nel suo territorio.

Come ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, occorre “assicurare che i grandi e redditizi gruppi multinazionali, incluse le società digitali, paghino le tasse dovunque abbiano significativi legami diretti con i consumatori e generino i loro profitti”.

In pratica, da un lato sarà il volume del fatturato a determinare il diritto di imposizione, dall’altro la proposta di riallocazione degli utili nei paesi in cui vengono realizzate le vendite prevede un sistema fondato sugli utili residuali del gruppo, anche se l’Ocse non ha definito la formula per il calcolo del residual profit.

La seconda tipologia di tassazione è per le economie emergenti dove le multinazionali vendono i loro prodotti e servizi ma spesso non hanno alcuna presenza fisica: è perciò prevista la possibilità di tassare le attività di distribuzione dei prodotti, assumendo una quota minima di guadagno realizzato sul dato mercato. Anche qui non ci sono dettagli e parametri: l’Ocse dovrà lavorare su quali siano la soglia di fatturato o dimensioni della multinazionale che fanno scattare la tassazione.

Separatamente, l’Ocse intende avanzare una proposta su un’aliquota minima di corporate tax sotto la quale non è possibile scendere.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Argomenti trattati

Personaggi

R
roberto gualtieri

Aziende

O
ocse

Approfondimenti

W
web tax

Articolo 1 di 5