DIGITAL REVOLUTION

I manager e la disruption digitale: la nostra survey

Dall’inchiesta, in collaborazione con Elis, emerge la consapevolezza dei grandi cambiamenti in corso e la necessità di cavalcare l’innovazione. Ma anche la volontà di supportare i giovani talenti

17 Lug 2015

Enzo Lima

La rivoluzione digitale ha caratteristiche dirompenti. Kodak, Nokia, Blackberry sono soltanto alcuni esempi di aziende che sono state colte impreparate e che non hanno saputo innovare in tempo i loro business model. L’ondata dirompente della trasformazione digitale colpisce non solo singole aziende ma interi settori. Si pensi, ad esempio, al comparto della musica profondamente sconvolto dalla fruizione su Internet: quella legale fornita da piattaforme come iTunes e Spotify, ma anche quella illegale, praticamente impossibile da contrastare, abbondantemente diffusa nel web.

Lo stesso è avvenuto nel mondo dei media. L’editoria tradizionale è messa profondamente in discussione tanto che già si ipotizza la morte nemmeno tanto lontana dei giornali, con gli aggregatori online di notizie ed i social media diventati sostituti dei quotidiani come fonti di informazione per i navigatori in Internet. Lo sbarco online della televisione, con format calibrati per la visione in Rete, sta a sua volta mettendo in difficoltà i broadcaster tradizionali che puntavano tutto su palinsesti fissi e pubblicità come modello di business.

Di esempi se ne possono fare moltissimi. E saranno sempre di più in futuro, in particolare se troveranno conferma (anche solo in parte) le previsioni di visionari alla Jeremy Rifkin intervistato da CorCom.
L’innovazione nasce da nuove tecnologie (Industrial Internet – IoE, stampa 3d, Intelligenza artificiale, big data, nanotecnologie) e da nuovi modelli di business della sharing economy, in particolare i modelli “crowd driven” (Airbnb, Uber, BlaBlaCar, etc.) che consentono di raccogliere e valorizzare l’intelligenza collettiva.
I reparti di R&D delle imprese sono normalmente in grado di svolgere innovazione incrementale di prodotti e servizi esistenti. Non sono, però, sempre adatti a sviluppare quell’innovazione radicale e dirompente che ha bisogno di pensiero ortogonale (tecnologia e business), di approcci aperti e collaborativi (open innovation) e di strumenti organizzativi potenti quali il crowd sourcing.

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Vi sono certamente molte imprese e università che in Italia lavorano sui temi della rivoluzione digitale, ma spesso lo fanno in modo autonomo e separato, con le forme tipiche del campanilismo e dell’accademia italiani poco inclini alla collaborazione.
È possibile invertire questa situazione e promuovere un’iniziativa collaborativa che aiuti a fare innovazione radicale nel modo di fare impresa? Più in generale, è possibile costruire un percorso virtuoso che favorisca lo sviluppo della cultura digitale delle imprese?
Sono queste le domande che CorCom ha rivolto ad alcuni manager di importanti aziende italiane che partecipano al programma “Digital revolution, innovation partnership: un modello collaborativo per cogliere le opportunità di business generate dall’innovazione digitale dirompente”, promosso da Elis (il consorzio per la formazione professionale superiore) in occasione del semestre di presidenza assunto da Francesco Starace, amministratore delegato di Enel. Le risposte, non soltanto valutazioni strategiche astratte ma anche esempi concreti di cose realizzate nelle aziende interpellate, si possono trovare in questa e nelle pagine seguenti di CorCom.

Il programma lanciato da Elis vede i contributi di numerose imprese italiane e si propone, nell’arco del biennio 2016-2017, di costituire e far crescere una comunità di innovatori digitali attraverso strumenti quali il crowdsourcing e specifici percorsi formativi. La comunità comprenderà sia persone con competenze tecniche sia persone con competenze di business. Analoga a una community open source, essa avrà un sistema di valutazione dei contributi all’innovazione che consentirà di mettere in evidenza le persone eccellenti e di talento in modo trasparente e meritocratico. Oltre a persone delle imprese e dei fondi di investimento parteciperanno alla comunità le università, in particolare gli studenti dei corsi di laurea e di dottorato afferenti ad alcuni professori selezionati in tutta Italia come “ambasciatori” del progetto presso il sistema universitario.

I professori inseriranno l’attività come parte del corso di studi e la valutazione ottenuta all’interno della comunità dagli studenti potrebbe concorrere al voto dello studente nel curriculum universitario. Ogni sei mesi si avrà un incontro in presenza dei vertici delle imprese promotrici nel quale la comunità presenterà proposte per reinterpretare il business in alcuni settori (tra cui energia, trasporti, food, banking, education) e dare risposte innovative ad alcune hot issue di ciascun settore. Le imprese potranno valutare l’affidamento di alcuni progetti a gruppi di lavoro formati dai membri della comunità che si sono maggiormente distinti.

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