LO STUDIO

Icann, allarme Italia: “Troppa diffidenza su Internet, invertire il trend”

Secondo uno studio realizzato da Boston Consulting il nostro Paese si trova al 36° posto nella classifica internazionale per quanto riguarda l’utilizzo e l’accesso alla Rete. Pesa la mancanza di cultura tecnologica da parte di cittadini e imprese

11 Feb 2015

Flavia Gamberale

Italia al 36esimo posto nella classifica internazionale per quanto riguarda l’utilizzo e l’accesso a Internet. Un piazzamento non proprio lusinghiero, che colloca lo Stivale addirittura dopo la Corea, la Malesia, la Romania e la Repubblica Ceca.

Il dato è contenuto in uno studio, realizzato da Boston Consulting su commissione dell’Icann, dal titolo “mettere in moto l’Internet Economy”, illustrato oggi a Roma in anteprima presso la sede dell’Agenzia per l’Italia digitale.

L’indagine, che sarà a breve oggetto di una presentazione ufficiale agli stakeholders a Barcellona, ha analizzato i principali fattori che frenano lo sviluppo dell’ Internet economy in 65 Paesi del mondo, mettendo a confronto i diversi contesti nazionali.

A occupare il banco dei primi della classe, quanto a capacità di utilizzare la Rete come leva di crescita economica, sono le nazioni scandinave, con Svezia, Finlandia e Danimarca che si aggiudicano i primi tre posti, seguite a ruota da Svizzera, Hong Kong e Stati Uniti.

Decisamente più in basso nel ranking internazionale troviamo l’Italia, che si posiziona a oltre metà della classifica. Secondo gli analisti di Boston Consulting, gli ostacoli al pieno sviluppo di Internet non sono tanto da ricercarsi nell’arretratezza della nostra infrastruttura tecnologica, quanto piuttosto nella diffidenza che il sistema produttivo italiano, soprattutto le piccole medie e imprese, e più in generale i consumatori nutrono ancora oggi verso la Rete.

Le aziende, in particolare, scontano gli effetti di una scarsa capacità d’investimento nel digitale, dovuta anche alla difficoltà ad accedere ai finanziamenti, e di una mancanza di competenze e conoscenze adeguate delle nuove tecnologie e delle relative potenzialità.

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Un gap culturale condiviso anche dagli utenti, i quali si fidano poco dei sistemi di sicurezza di Rete e dunque sono poco propensi a fare acquisti o transazioni online.

Motivi per cui l’e-commerce e l’e-payment faticano a decollare nel nostro Paese. Meno negativi, invece, gli indicatori che rilevano l’accessibilità dei documenti e delle informazioni sul web, capitolo su cui l’Italia appare abbastanza in linea con gli altri Paesi tecnologicamente più sviluppati. Quanto all’infrastruttura digitale, c’è ancora molto da fare per potenziare l’accesso al protocollo ipv6 e aumentare la velocità di connessione.

“Abbattere questi ostacoli di natura tecnica e culturale al pieno sviluppo di Internet consentirebbe all’economia italiana di crescere ulteriormente”, spiega David Dean di Boston Consulting, tra gli autori della ricerca, “Le statistiche internazionali ci dicono che le aziende dove c’è un maggiore e più consapevole utilizzo della rete sono cresciute più in fretta, di 3/4 punti percentuali in tre anni. Internet è la chiave di volta per diventare globali e anche per abbattere i costi”.

Basti pensare che, sempre secondo Boston Consulting, l’economia digitale nel 2016 muoverà un giro d’affari globale di 4,2 trilioni di dollari nei Paesi del G20, pari al 5,3% del Pil mondiale.

Un treno che l’Italia non deve perdere. Ma per fare ciò, come ricorda Alessandra Poggiani, Direttrice generale dell’Agid, “occorre che lo Stato si faccia carico di rimuovere il gap infrastrutturale sulla banda larga, che ancora ci penalizza rispetto ai nostri competitor”.