IL REPORT

Ict, in Italia cresce la spesa R&S. Ma servono 3,5 mld in più per colmare il gap con l’Europa

I 2,6 miliardi di investimenti sono ancora di molto inferiori al potenziale del nostro Paese e pesano sul Pil poco più della metà della media Ue. Per guadagnare leadership tecnologica ed essere competitivi servirà aumentare i fondi nei prossimi tre anni e inserire almeno 6.500 ricercatori in più. Procurement pubblico leva strategica. I dati del primo studio Anitec-Assinform sulla ricerca e innovazione Ict in Italia

14 Ott 2020

Federica Meta

Giornalista

Crescono gli investimenti in Ricerca e Innovazione nel settiore Ict, ma non abbastanza da colmare il gap con l’Europa. La fotografia è scattata dal primo rapporto Anitec-Assinform sull’R&I in Italia, secondo cui le imprese Ict investono 2,6 miliardi di euro nel settore (il dato risale al 2018): si tratta di un numero in crescita ma ancora di molto sotto la media europea. E anche se il dato 2019 confermerà il trend positivo, per il 2020 rischiano di pesare gli effetti della crisi sanitaria, secondo l’associazione.

“I programmi di rilancio di cui si discute oggi, sulla base del Recovery Plan che adotterà l’Unione europea, assegnano un ruolo centrale al digitale e accentuano la priorità di rafforzare gli investimenti in R&S&I Ict, puntando su una solida collaborazione tra istituzioni pubbliche e attori privati con l’obiettivo di mantenere il passo con i paesi guida – dice il presidente di Anitec- Assinform, Marco Gay – Di più vuol dire, aumentare sensibilmente le risorse. Meglio vuol dire concentrare risorse ed energie su ambiti dove maggiori sono le possibilità di sviluppare massa critica e consolidare ecosistemi tecnologici di rilevanza almeno europea. Serve una strategia più ambiziosa per la R&S&I Ict, che valuti costantemente obiettivi, percorsi e orienti gli incentivi alle maggiori potenzialità”.

“Ci troviamo davanti a una situazione molto difficile, ma la pandemia ha accelerato il processo di transizione digitale”, evidenzia il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, commentando i dati.

“Va colta l’opportunità di governarlo per rispondere alla richiesta di una società più equa, più democratica – spiega – Il ruolo delle competenze è tornato centrale e gli iscritti alle università sono aumentati, ma c’è sempre un gap con i principali Paesi europei che siamo chiamati a colmare. Innanzitutto vanno rafforzate le competenze specifiche spingendo molti più giovani, in particolare le donne, a orientarsi verso le facoltà di area Stem, in modo da rispondere alla crescente richiesta che arriva dai mondi della robotica, dell’intelligenza artificiale, della biomedicina, dell’energia. Ma, allo stesso tempo, bisogna intervenire per sviluppare le competenze trasversali e diffuse, sia implementando le contaminazioni tra le varie classi di laurea sia favorendo un’efficace formazione digitale di tutte le categorie di lavoratori. Senza dimenticare il fondamentale ruolo della ricerca, che deve consentire anche alle realtà industriali medie e piccole, tanto importanti per il nostro sistema economico, di attestarsi su di una dimensione tecnologica superiore. In questo senso è strategico sviluppare al massimo le potenzialità dei dottorati industriali”.

Secondo lo studio, con un investimento complessivo in R&S&I di 2,6 miliardi di euro nel 2018 (+6,4% sul 2017), il settore Ict ha confermato tutto il suo peso sulla spesa complessiva delle imprese in Italia.

All’interno del settore Ict e nel 2018, per la prima volta almeno la metà della spesa è stata sostenuta dalle imprese di software e servizi IT con una crescita netta del 10% dell’investimento. Sono cresciuti anche, ma meno che in passato, gli investimenti delle aziende di produzione di computer e apparati (+ 4,8%), mentre sono risultati sostanzialmente statici quelli dei servizi di telecomunicazione (+0,3%).

La quota maggiore della spesa complessiva in R&S&I Ict (86% nel 2018) in Italia è stata autofinanziata dalle stesse imprese, che confermano anche come il comparto sia in grado di attrarre capitali dall’estero più che in altri settori.

I valori espressi dagli investimenti in R&S&I delle imprese Ict allocate in Italia sono ancora solo il 12% del totale dei finanziamenti internazionali alla R&S&I e presentano valori e proporzioni inferiori (0,15% rispetto al Pil) a quelli raggiunti in Germania e nella Ue (0,21% e 0,22% rispettivamente). E lo shock economico conseguente all’emergenza Covid-19, avverte l’associazione, rischia di rallentare il recupero e di aggravare il gap con gli altri paesi guida.

Capitale umano da rafforzare

Nonostante i progressi, l’Italia ha ancora un numero di ricercatori proporzionalmente inferiore a quelli dei principali partner scientifici, tecnologici e commerciali, e con un’età media più elevata di quella degli occupati. È l’effetto di scelte passate che ha portato, fra l’altro, a una diminuzione dei finanziamenti per i dottorati di ricerca.

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Il personale R&S&I e i ricercatori in unità nelle imprese del settore Ict sono aumentati nel 2018 del 13,1% e del 20,6% rispettivamente. In Etp l’aumento è stato del 9,8% e del 19,2%. La crescita più elevata è stata nelle aziende di software e servizi IT, mentre si è registrata una contrazione nei servizi di telecomunicazione.

Fondi pubblici in aumento, ma ancora insufficienti

Un aumento significativo nel 2018 ha portato lo stanziamento pubblico nazionale a favore dell’Ict a 801,7 milioni di euro (+26,7% sul 2017), di cui 403 alle imprese del settore Ict (+37,1%) e 398,7 (+17,6%) agli altri settori dell’economia. Gli incrementi sono superiori a quelli di Germania, Francia, Ue e Stati Uniti. In valore assoluto, l’allocazione dei fondi pubblici alla R&S&I Ict sembrerebbe anche superiore a quella della Francia, dove però maggiore è il ricorso agli incentivi fiscali alla ricerca (credito d’imposta) in aggiunta al finanziamento diretto.

La dinamica sostenuta degli stanziamenti per R&S&I Ict ntel periodo 2016-2018 ha portato il tasso di crescita medio annuo 2007-2018 della quota destinata al settore Ict al 5,5% (in linea con i requisiti dell’Agenda Digitale Europea), mentre quello ai settori non Ict è rimasto sostanzialmente stabile raggiungendo il livello che aveva a inizio periodo attorno ai 400 milioni di euro, quando in Germania è passato da circa 0,9 nel 2007 a 1,4 miliardi di euro nel 2018. Verosimilmente questo riflette il minore ricorso alle partnership pubblico-privato, più avanzate e diffuse negli altri paesi.

Nel complesso rimane il sottodimensionamento dei fondi stanziati in Italia con un rapporto tra stanziamento pubblico per R&S&I Ict e Pil pari allo 0,045% contro lo 0,054% in Germania. Per raggiungere l’intensità di finanziamento pubblico della R&S&I in attività Ict tedesca occorrerebbero almeno 160 milioni di euro in più l’anno.

Il ruolo dei fondi europei

Con 4,1 miliardi di euro su 51,3 miliardi assegnati complessivamente a tutti i partecipanti alla data del 30 marzo 2020, la quota di budget assegnata all’Italia dall’intero Programma Horizon è del 7,9% ma con un tasso di successo al di sotto di 2,5 punti percentuali dalla media europea. È un dato che invoca più attenzione sulla qualità della partecipazione del nostro paese.

Politiche: tre principali assi di intervento

Il report evidenzia tre assi di intervento per le politiche di intervento sulla R&S&I Ict: azioni a sostegno dell’offerta, azionia sostegno della domanda e “di filiera”.

Sul fronte delle misure a sostegno dell’offerta le priorità riguardano l’ampliamento dei finanziamenti diretti e delle agevolazioni fiscali, l’accesso a competenze avanzate nelle tecnologie di frontiera, il potenziamento dei poli di innovazione. Sul fronte del sostegno della domanda la priorità assoluta è la riqualificazione della domanda pubblica (con un salto quantitativo e qualitativo nella riallocazione di risorse), mentre su quello delle filiere il nodo da sciogliere riguarda gli interventi trasversali e diffusi di sostegno all’innovazione.

 “Il nuovo Horizon Europe – spiega l’associaizone – ci metterà in condizione di agire su queste leve con un approccio più razionalizzato e focalizzato sugli obiettivi di digitalizzazione e sostenibilità ambientale ed energetica condivisi con l’Europa”.

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