Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

AUTOMOTIVE

Il treno “esempio” per le smart car

Per l’automotive le tecnologia già utilizzata sulle rotaie può essere la chiave di volta

25 Apr 2014

Enrico Menduni, Professore di Media e Comunicazione all’Università Roma Tre

I giornali l’hanno notiziata come un’ennesima lotta fra Apple e Windows (impostazione un po’ vecchia, per la verità), ma l’ingresso del computer nella macchina è tutt’altra cosa. Intanto, perché l’informatica nell’auto c’è da molto tempo, sia nei sistemi di manutenzione, sia di marcia sia di guida, per non parlare di quelle scatole nere che hanno permesso ad alcuni di noi di ottenere sostanziosi sconti nell’assicurazione. E ci sono anche varie modalità di connessione “automotive”, che permettono ai navigatori satellitari di funzionare, che hanno inserito lo smartphone nel cruscotto, che permettono (sempre Gps + eventuale Sim) la localizzazione del veicolo. Adesso tutto si organizzerà sul display al centro del cruscotto, presto ingloberà anche in quadro strumenti integrandolo, e di inserire un dispositivo touch screen non ce ne sarà bisogno perché c’è già. Avremo così una sorta di computer, o meglio un tablet su ruote, integrato a tutti gli altri dispositivi: quelli collegati con gli organi dell’auto, e relativi sensori, quelli connessi via Sim, quelli di provenienza Gps.

Non dimentichiamo gli altri schermi: molte auto familiari sono già equipaggiate con schermi per i posti dietro, integrati nei poggiatesta di quelli anteriori, ed è possibile che si realizzino forme di delivery on demand per contenuti di entertainment, magari per i bambini, o turistici, eventualmente riservati a quegli schermi evitando quello frontale che potrebbe distrarre il guidatore. Automotive, tuttavia, vuol dire molto di più. Se la metropolitana di Copenaghen funziona senza piloti (e con tecnologia italiana), non si vede perché non dovrebbero sperimentarsi forme di guida assistita su gomma. Molte automobili ormai hanno dispositivi di parcheggio (con telecamere e sensori di distanza) che permettono di vedere alle spalle (per esempio negli ingombranti Suv) mentre si posteggia, e di evitare l’urto con i veicoli vicini. Un dispositivo che freni automaticamente quando la distanza con il veicolo davanti è troppo ridotta non è arduo da progettare: la cosa difficile è calcolare bene gli effetti collaterali, cosa accade sul bagnato, la valutazione della migliore soluzione (frenare andando dritti o cercare di sterzare evitando l’ostacolo?), e altri problemi non proprio irrilevanti. Lo stesso tema si pone con la sonnolenza del guidatore, e con forme di guida assistita che si attivino, fermando in sicurezza il veicolo, se il guidatore non è più in grado di condurre. Difficile, ma non impossibile, e diverse case automobilistiche ci stanno provando, per farsi largo in un mercato dell’auto ormai saturo.

Sempre se vogliamo imparare dai sistemi di trasporto più rotaia (più semplici perché la via è tracciata, controllata a distanza, e i guidatori sono tutti dei professionisti), anche la ripetizione del segnale in cabina è una traccia da seguire: trasformare i segnali stradali in sensori in grado di agire sui sistemi di controllo del veicolo non appare impossibile, e neanche raccogliere informazioni sul traffico che consiglino ai navigatori Gps deviazioni o soste. Per un paradosso della storia, imparando dal più anziano trasporto su rotaia il settore automotive può fare grandi passi avanti.

Articolo 1 di 3