LAVORO

Industria 4.0, Camusso: “Non facciamoci travolgere, la sfida è sul reddito”

La segretaria della Cgil: “Si possono governare i processi che abbiamo di fronte. Serve un modello che possa portare a un miglioramento dei diritti dei lavoratori. Il sindacato pronto a mettersi in gioco”

26 Ott 2016

Federica Meta

“Si può non essere travolti: si possono governare i processi che abbiamo di fronte”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, parlando alla tavola rotonda del convegno 4.0 (R)Evolution Road. Lavoro, codeterminazione, competitività, libertà e conoscenza nella quarta rivoluzione industriale, che si è svolta a Torino. La discussione, ha esordito, “va fatta partendo dalla realtà del nostro paese: qui in Italia siamo in straordinario ritardo, perché il calo degli investimenti pubblici e privati in questi anni ci ha fatto restare indietro”. Industria 4.0 bisogna diventarlo, ha detto: “Non bastano però solo gli investimenti per recuperare le tappe perdute. Ci sono una serie di fattori: tra questi, la maggioranza del nostro tessuto è composto da piccola e media impresa, poi c’è il tema dell’istruzione che è arretrata rispetto alle risorse necessarie”.

“Che modello abbiamo immaginato?”, si è chiesta Camusso. “Finora la tecnologia è stata pensata come strumento utile a costruire un mondo low cost. Il modello proposto è quello del basso costo: l’assunto è che i prodotti devono costare il meno possibile, il risultato è che il lavoro viene pagato sempre meno. Il progetto Industria 4.0 non può prevedere il low cost – ha osservato – occorre riflettere su come il 4.0 possa portare un miglioramento nelle condizioni e nei diritti delle persone”. Si è poi soffermata sul ruolo del sindacato: “Dobbiamo come un soggetto che rappresenta il lavoro possa stare dentro questo processo. Noi vogliamo partecipare naturalmente, ma vogliamo costruire un pensiero che determini un protagonismo e la capacità di influire: gli strumenti possono essere molti, come la cabina di regia, ma il punto vero è che tipo di pensiero ci mettiamo dentro”.

Sul tema del lavoro, ha aggiunto, “la contraddizione di oggi è che c’è meno impiego e lo paghi anche meno di prima. Non si può fare una discussione soltanto tecnologica, a proposito di stampanti 3D e big data, ma bisogna collegare l’innovazione alla qualità della vita, attraverso un grande tema: come si distribuisce il reddito”. Industria 4.0 “non può essere un giocattolo tecnologico, ma un modello organizzativo che permetta un’equa distribuzione del reddito. E qui il low cost non c’entra nulla, è solo la risposta all’abbassamento dei salari”. Il sindacato, ha proseguito, “non deve seguire la rivoluzione solo nei suoi luoghi ‘nobili’, come nelle fabbriche con rapporti strutturati: così si rischia di non incidere nei luoghi in cui le conseguenze del low cost sono già in atto”. Occorre ragionare con categorie differenti rispetto al passato. “Il tema della qualità dell’investimento deve diventare la prima questione nella contrattazione – ha concluso -: non tutto può venire dagli incentivi. C’è il grande tema della ricerca e innovazione: non si può delegare tutto alle università, servono investimenti pubblici e privati. E c’è il nodo del lavoro: dinanzi al calo dell’occupazione, che è già in atto, la nostra capacità di azione deve essere pronta a rispondere anche a dinamiche imprevedibili”.

Anche per Armin Schild, ad della Rete tedesca per il Futuro dell’industria la tutela dei diritti è un elemento di assoluta modernità. “La fabbrica è un luogo del futuro – ha proseguito -questa bella affermazione è immaginabile solo se la maggioranza delle persone, e non solo la minoranza, potrà godere di una situazione positiva. Il motore di questo sviluppo non sono robot o computer, bensì le persone: un buon futuro per l’Industria 4.0 si può fare se ci sarà un futuro produttivo positivo anche per i dipendenti”. Per i sindacalisti, poi, “la questione fondamentale è come affrontare le nuove sfide che emergono dalla globalizzazione e dalla crescente importanza dei mercati finanziari. Gli sforzi devono andare tutti nella stessa direzione”. Schild ha parlato della Germania: “Abbiamo una formazione professionale funzionante, gli imprenditori decidono di stare nel paese proprio per il meccanismo virtuoso della formazione duale. Dove il lavoro costa più caro la disoccupazione è più bassa: per esempio, nella città Stoccarda chi dà lavoro ad un dipendente qualificato fatica a trovare un lavoratore sotto i 30 euro l’ora. Lo stipendio è fissato dall’industria automobilistica ed è elevato: allo stesso tempo, però, le imprese stanno bene e hanno fatturati positivi”. Le scuole professionali “nei prossimi anni possono diventare anni centri di formazione digitale. Il sistema andrebbe a disgregarsi se lasciato solo nelle mani dei governi – ha aggiunto – Servono giovani che dopo la scuola decidano di fare formazione duale e siano disposti a formarsi tutta la vita”.

Non bisogna mettere in contrapposizione innovazione e lavoro, ha sottolineato Andrea Bianchi, direttore delle Politiche industriali della Confindustria. “L’innovazione è sempre frutto del lavoro, è il prodotto di ricercatori e figure ad alta professionalità”. Dinanzi all’innovazione si chiama in causa in modo essenziale il tema della formazione: “La preoccupazione, anche su Industria 4.0, è che l’innovazione arrivi fuori dal paese: al contrario dobbiamo renderla motore di sviluppo per il nostro territorio”. Negli ultimi dieci anni “abbiamo perso 25 punti di produzione industriale, mentre altri paesi – come la Germania – l’hanno perfino aumentata. Ma noi l’industria la sappiamo fare – secondo Bianchi – Allora dobbiamo capire come Industria 4.0 ci possa riportare a fare quell’industria di cui siamo esperti”. Confindustria, da parte sua, “partecipa con grande attenzione al dibattito. Emergono due questioni: la fabbrica non è più il luogo del passato, ma del futuro. Poi la nuova rivoluzione si realizza non solo in fabbrica, ma anche all’esterno: cambia il modello di business, con sinergia sempre maggiore tra prodotti e servizi. Dall’acquisto dell’automobile si passa all’acquisto della mobilità in cui l’auto mantiene il suo ruolo”. Il piano presentato dal governo “rappresenta un punto di indubbia novità, nei prossimi anni bisogna accompagnare le trasformazioni. Valutiamo positivamente lo sforzo dell’esecutivo di dare una dimensione di medio e lungo termine a questo tema”.