Industria 4.0, Megali (Siemens Plm): "Software elemento chiave della rivoluzione" - CorCom

Industria 4.0, Megali (Siemens Plm): “Software elemento chiave della rivoluzione”

Il vice president e managing director Italy: “La quarta rivoluzione industriale è un loop: parte dalla digitalizzazione della progettazione e arriva all’automazione della produzione. Buone le misure del Governo per incentivare gli investimenti delle aziende, ma devono riguardare tutta la filiera”

03 Nov 2016

Antonello Salerno

“Ritengo, in linea di massima, che le misure messe in campo dal Governo siano un ottimo incentivo all’innovazione. Il Governo, di fatto, permette alle aziende di godere di crediti d’imposta o di super-ammortamenti: chi dovrà di fatto investire del denaro saranno ancora una volta le aziende, che avranno benefici ovviamente soltanto se effettueranno investimenti. Ad oggi non è chiaro se il software farà parte o meno, e in che misura, di questo piano. Se non dovesse essere incluso sarebbe molto negativo, perché Industry 4.0 non significa solo l’innovazione dei macchinari o di tecnologia hardware, ma è un circolo virtuoso che necessita di una strategia in cui la digitalizzazione deve ricoprire un ruolo fondamentale”. Così Franco Megali, vice president e managing director Italy and Mea di Siemens PLM Software commenta con CorCom il piano del governo su Industria 4.0 e le prospettive dell’Italia nella quarta rivoluzione industriale.

Megali, quali sono gli altri punti determinanti su cui la strategia dovrebbe spingere?

Secondo me sarebbe opportuna una maggiore attenzione verso le infrastrutture. Se pensiamo ad esempio all’Internet of Things sarebbe necessario un network funzionante e fruibile per realizzarlo al meglio. Inoltre, il Governo dovrebbe agevolare la collaborazione tra tutti i soggetti interessati, dai ministeri alle università, mettendo a fattor comune le competenze. Con le nuove tecnologie si creeranno nuove figure professionali, e servono fin d’ora investimenti. Non si può riversare tutta la responsabilità sull’università: formare significa cambiare, innanzitutto, la scuola secondaria e poi le università. Anche le aziende, lato loro, devono contribuire alla formazione del personale, coinvolgendo e collaborando con le Scuole e gli atenei

Come si inserisce in questo quadro l’attività di Siemens PLM Software su Industry 4.0?

Siemens aveva già compreso, oltre 10 anni fa, quando ha acquisito Ugs, che l’automazione da sola non avrebbe potuto soddisfare le esigenze delle aziende produttrici. Oggi più che mai è il “digital twin”, ovvero la capacità di simulare per quanto possibile non solo il prodotto, come si faceva una volta, ma anche i processi che afferiscono alla produzione, ad avere un ruolo fondamentale. È indispensabile creare un “gemello digitale” di ciò che poi avviene sulla linea di produzione. Questo costituisce, di fatto, la chiusura del loop verso l’Industry 4.0. Se prendiamo in considerazione, ad esempio, una fabbrica dove la fase di produzione è estremamente automatizzata, ma che a monte utilizza ancora il tecnigrafo, o compie migliaia di test fisici, saremo di fronte a un’Industry 4.0 lato produzione, ma Industry 1.0 lato progettazione e simulazione.

Questo processo riguarda allo stesso modo sia la grande industria sia le Pmi?

Sì, assolutamente e l’Italia ne è una testimonianza di fatto evidente. Siemens Plm Software è leader di mercato in questo Paese poiché gran parte delle aziende del settore manifatturiero discreto operanti nei più diversi settori industriali utilizzano le nostre soluzioni da Ducati a Ferretti, a Scm Group e Bonfiglioli.

Che tipo di sensibilità c’è nelle aziende, qual è la propensione a investire in questo settore?

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La sensibilità è crescente, ma bisogna tenere presente che oggi non esiste un’azienda “vergine”, sia nel campo del Pmi che in quello dell’automazione industriale. Nella stragrande maggioranza dei casi in cui approcciamo un nuovo possibile cliente, in realtà alcune innovazioni sono già presenti, si tratta per lo più di aggiungere o sostituire soluzioni che possono essere obsolete o non rispondere più a specifiche esigenze. La propensione verso l’innovazione in Italia c’è ed è perseguita, tanto che siamo ancora la seconda realtà industriale europea.

Qual è stato un punto di svolta?

C’è stato un significativo passo in avanti dal 2011 al 2012. Lo dicono non solo le percezioni, ma soprattutto i numeri, perché continuiamo a crescere in maniera costante e con una buona percentuale anno su anno. Le aziende che sono riuscite a superare la crisi hanno iniziato a investire e altre si aggiungono di continuo.

Che tipo di confronto si può fare con quanto sta succedendo nel resto d’Europa?

Industry 4.0 nasce nella sua accezione odierna in Germania, dove il contesto di Università, Land, Governo e Industria è molto più coeso. Ma l’altro aspetto che differenzia l’Italia dal sistema tedesco è soprattutto la nostra capacità d’innovare, la nostra inventiva è unica al mondo. È indiscutibile che la nostra flessibilità sia un fattore critico di successo. Non saremmo virtuosi nei processi, ma riusciamo ad essere competitivi in tantissimi settori.

Come avverrà il cambiamento? Disruptive o graduale?

Ci sono due tipologie di innovazione. Quella distruttiva, che è, ad esempio, quella che ha visto morire Kodak nel campo delle macchine fotografiche: se non si reagisce al cambiamento si fallisce. Vi sono poi altri settori in piena evoluzione, ad esempio l’automotive: le aziende che hanno attraversato gradualmente la prima, seconda e terza fase della meccanizzazione e dell’automazione, devono solo continuare a evolvere. Sono presenti poi alcuni settori specifici che fanno storia a sé, come l’additive manifacturing: chi passerà all’additive o hybrid manifacturing dovrà necessariamente rivoluzionare i propri processi.