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GLOBAL INNOVATION BAROMETER

Innovazione, 2.800 modi per dirlo

Le ricette dei principali top manager mondiali per rilanciare sfidando la crisi. Parola chiave: condividere

06 Feb 2012

Patrizia Licata

Che cosa significa innovare nel 2012 e quali sono i fattori che determinano la spinta all’innovazione di un’azienda o di un paese? Lo ha chiesto Ge, tramite la società di consulenza StrategyOne, a un campione di 2.800 top manager di aziende su 22 mercati mondiali, stilando la nuova edizione del Global Innovation Barometer. Il 92% del campione (di cui non hanno fatto parte aziende italiane) concorda nell’affermare che l’innovazione è l’ingrediente principale per dar vita a un’economia più competitiva, mentre l’86% pensa che l’innovazione sia la ricetta per creare posti di lavoro nel proprio paese. Per essere innovative, il 56% delle imprese pensa occorrano cervelli creativi che pensano “fuori dal coro”, ma per il 34% serve più sostegno finanziario pubblico.

Proprio l’impegno del governo sembra avere un peso rilevante nel stimolare l’innovazione, secondo i top manager: alla domanda su quale sarà il probabile motore dell’innovazione nel prossimo decennio, il 39% risponde “una combinazione di player che si alleano” (ma è il 3% in meno dell’anno scorso), mentre il 27% punta sul governo (un dato in crescita del 4%), il 21% sulle grandi aziende (+1%), il 4% sulla forza dei singoli innovatori, un altro 4% sulle università. Non solo: gli investimenti interni delle imprese in innovazione sono a rischio se le imprese percepiscono che le politiche del proprio governo non sostengono la competitività, come rivela il 71% degli executive: le loro aziende hanno ridotto la spesa in R&D in seguito a un taglio dei fondi pubblici per l’innovazione.

“L’investimento in innovazione è cruciale per la competitività globale e si può effettuare in molte forme, dalla tradizionale R&D a investimenti in nuovi prodotti, mercati e modelli di business”, spiega Beth Comstock, senior vice president e chief marketing officer di Ge. “Tagliare oggi vuol dire impattare sul progresso economico e sociale dei prossimi anni e mettere a rischio la capacità di competere. Governi e aziende devono fare la loro parte nel rendere più forte l’ecosistema dell’innovazione”.

Tra le nazioni percepite come le più innovative, quattro europee entrano nella top ten: Germania (seconda dopo gli Stati Uniti) e poi Gran Bretagna, Francia e Svezia rispettivamente al settimo, ottavo e nono posto. L’Italia resta fuori per poco (11esima). Questo non vuol dire che gli executive siano sempre soddisfatti delle condizioni create dal proprio paese per favorire l’innovazione: i più entusiasti sono quelli di Israele, Emirati Arabi Uniti, Svezia (unica europea nella top ten), Singapore, Cina, Canada, i meno contenti si trovano in Giappone (pure ritenuto dalla comunità globale il terzo paese più innovativo al mondo dopo Usa e Germania), Russia, Polonia e Francia.

Certamente questo pessimismo nel giudicare la capacità del proprio paese di creare condizioni favorevoli all’innovazione è influenzato dalla crisi: l’88% dei manager riporta maggiori difficoltà nell’accesso a finanziamenti esterni (pubblici o privati) e il 77% riferisce una diminuzione della propensione al rischio della propria azienda. “L’attuale situazione economica e politica globale può rendere più difficile innovare e noi dobbiamo far sì che la spinta all’innovazione non si blocchi”, osserva la Comstock. “L’innovazione è una leva potente che i mercati possono usare per trainare la crescita economica e migliorare la qualità della vita dei cittadini. È l’innovazione che ci permette di usare le risorse in modo più efficiente, produrre di più con meno e offrire soluzioni migliori per risolvere le sfide di un mondo che continua a svilupparsi e crescere”.

Anche perché, come il Barometro evidenzia, più innovazione significa crescita più elevata del pil (in media del 5,19% nei paesi innovatori, contro il 2,32% dei meno avanzati). Innovare nel 2012, però, non ha niente a che vedere con l’innovazione come era concepita in passato: per l’86% significa creare alleanze tra i diversi player, non lavorare per il successo di uno solo; per l’84% le innovazioni sono quelle che creano valore “condiviso” nella società, non per una sola categoria di consumatori o cittadini; per il 76% devono soddisfare i bisogni delle persone (migliorando l’accesso all’istruzione, l’efficienza energetica, la qualità dell’assistenza sanitaria…) più che creare il massimo del profitto. Il 73% delle aziende (+4% rispetto a un anno fa) pensa anche che l’innovazione sia guidata più dalla creatività dei singoli che dalla ricerca scientifica e soprattutto, dice il 74% dei manager, l’innovazione non è una soluzione “taglia unica” ma “su misura” per i mercati locali.

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