Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale starebbero influenzando politiche, regolamenti e organismi di controllo con modalità simili a quelle adottate, in passato, da Big Tobacco, Big Pharma e Big Oil.
A sostenerlo è uno studio internazionale coordinato dall’Università di Edimburgo insieme a Trinity College Dublin, TU Delft e Carnegie Mellon University, che non a caso parla di “Big AI”. La ricerca analizza il ruolo sempre più ingombrante delle Big Tech nella definizione delle regole sullo sviluppo e sull’adozione della tecnologia. Gli autori della ricerca precisano di non voler dimostrare un legame causale tra attività delle Big AI e specifiche decisioni normative, ma puntano a costruire una mappa sistematica dei meccanismi di influenza oggi presenti nel settore dell’intelligenza artificiale.
Secondo gli analisti, la concentrazione di potere economico, tecnologico e politico nelle mani di poche aziende rappresenta ormai una questione critica per le democrazie contemporanee. “La portata dell’influenza delle Big AI sul diritto, sul lavoro, sull’ambiente, sulla produzione della conoscenza e sui processi democratici è tale che i decisori politici dovrebbero trattarla come un’emergenza“, si legge nel paper.
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I meccanismi di ‘corporate capture’
Lo studio, che sarà presentato ufficialmente a giugno, alla Acm Conference on Fairness, Accountability, and Transparency, a Montreal, ha preso in esame cento articoli pubblicati tra il 2023 e il 2025 in occasione di alcuni dei principali appuntamenti mondiali dedicati all’AI: i negoziati sull’AI Act europeo e i summit globali organizzati nel Regno Unito, in Corea del Sud e in Francia.
Nei materiali analizzati i ricercatori hanno individuato 249 episodi riconducibili a pratiche di influenza industriale. Attraverso questo lavoro sono quindi stati rilevati 27 meccanismi di ‘corporate capture’, la cattura regolatoria attraverso cui interessi privati riescono a orientare decisioni pubbliche e processi normativi.
Secondo gli autori, uno degli strumenti più diffusi è la cosiddetta ‘narrative capture’, ovvero il controllo del racconto pubblico sull’intelligenza artificiale per influenzare regolatori, governi e opinione pubblica. Le narrazioni più frequenti ruotano attorno all’idea che la regolazione soffochi l’innovazione, che la burocrazia rappresenti un ostacolo competitivo e che norme troppo severe possano compromettere l’interesse nazionale nella corsa globale all’AI. Nel lavoro vengono citate espressioni come ‘regulation stifles innovation’, ‘red tape’ e ‘national interest’, ricorrenti nei dibattiti analizzati. I ricercatori segnalano anche numerosi casi di ‘elusion of law’, cioè aggiramento o interpretazione controversa delle norme esistenti. Le pratiche documentate riguardano soprattutto antitrust, privacy, copyright e diritto del lavoro.
Le tattiche delle grandi aziende dell’AI
Secondo lo studio, d’altra parte, le grandi aziende dell’AI avrebbero utilizzato interpretazioni elastiche delle leggi, sfruttato giurisdizioni più permissive e resistito ai tentativi di supervisione attraverso lobbying, campagne mediatiche e pressioni su ricercatori, whistleblower e legislatori.
Tra gli aspetti evidenziati emerge anche il fenomeno delle ‘porte girevoli‘, con ex responsabili pubblici che passano a ruoli di consulenza o incarichi nelle grandi imprese tecnologiche. In altri casi vengono richiamate donazioni politiche e partecipazioni finanziarie di rappresentanti pubblici in aziende soggette a regolazione.
Gli autori ricordano, tra gli esempi citati nei materiali analizzati, le donazioni di Amazon, Google, Meta e Apple alla campagna politica di Donald Trump e il crescente coinvolgimento delle Big Tech nella definizione delle politiche pubbliche sull’intelligenza artificiale. Lo studio dedica ampio spazio anche alla cosiddetta ‘epistemic capture‘, l’influenza esercitata sulla produzione della conoscenza scientifica e sul dibattito pubblico. Le aziende dell’AI, spiegano i ricercatori, finanziano programmi universitari, conferenze, dottorati e collaborazioni accademiche, contribuendo così a orientare priorità di ricerca e narrazioni pubbliche sul settore.
Il lavoro richiama inoltre il peso crescente delle grandi aziende tecnologiche nelle principali conferenze internazionali dedicate all’etica e agli impatti sociali dell’intelligenza artificiale. Sul fronte mediatico, gli autori sostengono che le Big AI riescano spesso a imporre il proprio linguaggio e le proprie categorie interpretative. In molte coperture giornalistiche, osserva lo studio, i rappresentanti delle aziende vengono descritti come ‘esperti’, mentre le organizzazioni civiche e indipendenti restano marginali. I ricercatori parlano di campagne pubbliche, framing strategico e attività di comunicazione finalizzate a costruire consenso attorno all’AI e a ridurre il sostegno verso regolazioni più stringenti.
L’allarme dei ricercatori: serve più trasparenza
“È notevole quanto i risultati riflettano esperienze ormai comuni di aziende che esercitano un’influenza maggiore dei cittadini sui processi democratici”, afferma Zeerak Talat, ricercatore della School of Informatics dell’Università di Edimburgo e coautore dello studio: “Non possiamo dimostrare un rapporto causale diretto tra tentativi di cattura regolatoria e disaffezione democratica, ma il primo fenomeno sembra certamente suggerire il secondo”.
Abeba Birhane, direttrice dell’AI Accountability Lab del Trinity College Dublin, sottolinea invece il ruolo delle strategie comunicative: “Abbiamo osservato che Big AI ricorre frequentemente all’idea che la regolazione ostacoli l’innovazione e che l’eccesso di burocrazia danneggi l’interesse nazionale per giustificare il controllo della narrativa pubblica”.
Secondo gli autori, molte delle pratiche individuate ricordano da vicino le strategie utilizzate in passato dalle industrie del tabacco, del petrolio e della farmaceutica per contrastare controlli pubblici e regolamentazioni. Per questo lo studio invita governi e istituzioni ad adottare strumenti già sperimentati in altri settori: regole vincolanti sulla trasparenza dei rapporti tra industria e decisori pubblici, gestione rigorosa dei conflitti di interesse, rafforzamento degli organismi indipendenti di controllo e maggiore tutela dell’autonomia scientifica.






