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LO STUDIO

Intelligenza artificiale driver di crescita per l’Europa: spinta al Pil del 19%

Secondo un report McKinsey liberare il potenziale delle piattaforme di AI nel Vecchio continente genererebbe entro il 2030 maggiore ricchezza per 2.700 miliardi di dollari, colmando il divario digitale che lo separa da Usa e Cina

18 Mar 2019

D. A.

L’Europa ha tutte le carte in regola per colmare il divario che la separa dai Paesi leader mondiali – in primis Usa e Cina – nell’implementazione delle tecnologie digitali e nello sviluppo e adozione dell’Intelligenza artificiale (Ai). A dirlo è il nuovo report di McKinsey & Company intitolato “Notes from the Ai frontier: Tackling Europe’s gap in digital and Ai”, secondo il quale se i 28 Paesi europei sviluppassero l’attuale potenziale delle soluzioni di Artificial intelligence e lo diffondessero sul territorio, l’intero continente potrebbe accrescere di circa 2.700 miliardi (+19%) il proprio Pil entro il 2030, con ricadute positive anche sull’occupazione.

Stando alle evidenze emerse nello studio il divario digitale dell’Europa – circa il 35% rispetto agli Stati Uniti – non si è ridotto negli ultimi anni. Il contributo del digitale al Pil è pari all’1,7% per l’Europa (in Italia questo valore è fermo all’1,2%), contro il 2,2% in Cina e il 3,4% in Usa. Solo due aziende europee sono presenti nella top 30 mondiale delle organizzazioni leader nel digitale e l’Europa ospita solo il 10% degli “unicorni digitali” del mondo.

L’Europa conta il 25% di startup in ambito Ai nel mondo, ma è in ritardo sia per quanto riguarda gli investimenti (il capitale investito pro-capite è pari a 220 euro in Usa, mentre in Europa varia dai 3 euro in Italia, ai 58 euro in Finlandia, fino ai 123 euro in Svezia), sia relativamente alla diffusione, infatti meno della metà delle aziende europee ha adottato una tecnologia di Ai e per la maggior parte si tratta di progetti ancora in fase pilota.

La capacità dell’Europa di sfruttare appieno il potenziale dell’Ai varia notevolmente a seconda degli ambiti di applicazione e dei Paesi. In particolare, le aziende europee sono in ritardo nell’adozione di soluzioni basate su big data e advanced machine learning, che sono alla base delle piattaforme di Intelligenza artificiale, con un utilizzo inferiore al 12% rispetto alle loro controparti statunitensi. Invece, il divario tra Europa e Stati Uniti riguardante l’uso di strumenti di Ai quali smart workflows, cognitive agents e language processing è pari al 16%. Inoltre, solo il 5% delle aziende europee che implementa soluzioni Ai utilizza questi strumenti in circa il 90% della propria organizzazione (contro l’8% negli Stati Uniti). In media, il divario in ambito Ai tra Europa e Stati Uniti è pari a circa il 30%.

Quanto ai Paesi, le differenze geografiche evidenziano un’Europa a due velocità: da una parte il Nord, con la Scandinavia allo stesso livello degli Stati Uniti e il Regno Unito a un passo dai primi in classifica, dall’altra parte il Sud, dove il gap rispetto agli Usa tocca il 22%. Se anche questo ritardo potesse essere superato, nel prossimo decennio i Paesi europei sarebbero in grado di aggiungere al Pil complessivo un ulteriore mezzo punto l’anno, pari a 900 miliardi di euro, per un totale di 3.600 miliardi di euro entro il 2030.

Il report sottolinea che la sfida dell’AI, se gestita sapientemente, potrebbe consentire la creazione di nuovi posti di lavoro, compensando quelli che verranno trasformati dalla diffusione di queste tecnologie. Ciò richiede investimenti considerevoli nello sviluppo di nuove competenze.

Per aumentare e colmare il divario con i leader mondiali, l’Europa dovrà concentrarsi su cinque priorità: servirà innanzitutto continuare a sviluppare un ecosistema dinamico di startup in ambito deep tech e Ai che utilizzano l’intelligenza artificiale per creare nuovi modelli di business, mentre le imprese esistenti devono accelerare la propria trasformazione digitale e abbracciare l’innovazione. Il mercato unico digitale deve essere completato, e allo stesso tempo le imprese devono favorire l’emergere di talenti e l’acquisizione delle competenze necessarie per la trasformazione. Infine, sostiene McKinsey, l’Europa deve saper rispondere presto e con coraggio alle criticità di questa trasformazione, favorendo le logiche di apertura e collaborazione che sono alla base delle esperienze vincenti di ecosistema.

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