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VISIONI

Intelligenza artificiale nuova frontiera della PA, la sfida è etica e politica

A Forum PA 2018 riflettori puntati sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel settore pubblico. Il Libro di Bianco di Agid ha tracciato una strada ma non basta: bisogna definire obiettivi e governance della nuova relazione uomo-macchina

25 Mag 2018

Federica Meta

Giornalista

L’Intelligenza Artificiale (IA) è un paradigma che va sempre più diffondendosi dentro le aziende in quanto fattore tecnologico incredibilmente abilitante, in grado di sollevare le persone dai compiti più semplici per ricollocarle su task dal valore più alto. Oltre che all’interno delle aziende, esistono già diverse applicazioni di questa tecnologia nei sistemi pubblici, come quello scolastico o giudiziario, ma anche nel pubblico impiego o nel sistema sanitario, nella sicurezza o nella gestione delle relazioni coi cittadini. Gli ambiti sono dunque molteplici anche all’interno della PA, che tuttavia non può non tener conto di vizi e criticità portate da una tecnologia così complessa. Su questa consapevolezza si sta muovendo anche l’Agid, che lo scorso 7 settembre ha lanciato una task force sull’Intelligenza Artificiale che a sua volta ha dato vita a un libro bianco e a un osservatorio sul tema.

C’è dunque bisogno di una programmazione e di una pianificazione precisa e concreta al fine di non disperdere tempo e risorse su una tecnologia che presenta molte sfaccettature. Da cosa partire per sviluppare una strategia efficace d’approccio all’AI? Le PA devono certamente tenere ben saldi gli obiettivi da perseguire: lo snellimento burocratico, una rinnovata interoperabilità tra sistemi e una nuova forma di trasparenza attraverso l’implementazione delle pratiche di e-procurement. Ma anche il miglioramento qualitativo dei servizi, la riduzione dei costi, l’accessibilità agli stessi e quindi, di riflesso, la possibilità di sviluppare un nuovo tipo di coinvolgimento della cittadinanza digitale. Perché non va dimenticato che l’IA è una tecnologia abilitante che, come tale, perde di senso se non utilizzata per migliorare la vita dei cittadini.

La rivoluzione AI è dunque vicina. Rivoluzione che perà pone sfide cruciali che vanno da quelle organizzative fino a quelle etiche ed economiche. Ma anche culturali. Sulle delicate questioni si sono accesi i riflettori del convegno “L’Intelligenza artificiale per la PA e i servizi pubblici” andato in scena durante la terza giornata del Forum PA 2018.
Partendo dall’analisi di come si stanno muiovebdo i governo europi, a comuniciare da quello francese che ha da poco annunciato un finanziamento da 1,5 miliardi, Marco Bani (capo delle segreteria tecnica di Agid) ha ricordato che l’Italia non è all’anno zero. “L’Agenzia per l’Italia digitale ha pubblicato lo scorso marzo un libro bianco sulle applicazioni AI nel settore pubblico – ha detto – Un documento che non ha l’ambizione di essere una strategia ma di stimolare una riflessione condivisa con gli enti per poi davvero realizzare un piano italiano”. Piano che non potrà mai vedere luce se non si valorizzano le competenze che pure la PA italiana a ha già in pacia. “Mettiamole a valore e investiamo anche sulle nuove – ha avvisato Bani – ma senza timore di veder perdere posti di lavoro nel settore pubblico. La disoccupazione tecnologica è in agguato solo se si trattano i lavoratori come robot”.

Ma certamente i numeri della sostituzione macchina-uomo spaventano. Il colosso della consulenza McKinsey ha previsto che una rapida adozione dei processi di automazione da parte delle aziende può portare da qui al 2030 al licenziamento di 800 milioni di persone. Un continente di disoccupati, dove alcuni riusciranno ad adattarsi e rientrare nel mondo del lavoro mentre altri, anche rimettendosi a studiare, non riusciranno a tornare “occupabili”.

“Il punto non è tanto se applicare o meno sistemi di AI in azienda o nelle PA – ha avvertito Piero Poccianti, presidente dell’associazione italiana per l’Intelligenza artificiale – Il punto è se davvero vogliamo usarli in questo contesto economico e non invece metterli a frutto anche per cambiare il modo di funzionare dell’economia, mettendo al primo posto l’ambiente, l’uguaglianza, la cultura: l’uomo insomma. L’AI è una chance di cambiamento solo se si definiscono gli obiettivi e si delinea la strada su cui vogliamo camminare”.

La rivoluzione 4.0 è dunque una scelta politica per definizione: una società “aumentata” richiederà di certo nuove mappe cognitive, nuove narrazioni politiche e anche nuovi modi di far funzionare il sistema economico.
Oltre la politica, l’etica. Padre Paolo Benanti, teologo e docente dell’Università Gregoriana, ha focalizzato l’attenzione su come governare le sfide etica in questa nuova relazione uomo-macchina. “Se l’orizzonte è quello di una cooperazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale e tra agenti umani e agenti robotici autonomi diviene urgente cercare di capire in che maniera questa realtà mista,  possa coesistere – ha sottolineato il teologo -Una corretta impostazione del dibattito etico dovrà tener conto quindi anche di tutti quei criteri  che possano favorire o orientare verso il bene comune le innovazioni tecnologiche. Sembra molto importante l’intuizione della necessità di creare organismi o istituzioni che garantiscano la governance delle tecnologie legate alle intelligenze artificiali. Solo realizzando dei luoghi istituzionali dove queste forme di dialogo etico e di regolamentazione delle biotecnologie possano avvenire si potrà affrontare una reale ricerca oggettiva del bene”.

Per Guido Vetere, docente dell’Università Marconi di Milano e componente della task force di Agid sull’AI “l’intelligenza logicadeve operare in uno spazio simbolico definito, in cui si sappia dire cos’è quello che c’è. Per farla lavorare sulla scala di un’organizzazione estesa, ramificata e complessa come la PA, bisogna metter mano, volenti o nolenti, a un’imponente lavoro di concettualizzazione. Come fare questo lavoro in modo praticabile e trasparente è uno dei grandi temi che dovremo affrontare”.

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