LA PANORAMICA

Internet of things, far west di standard e interoperabilità

Molti gli ecosistemi che si stanno sviluppando e che i singoli attori cercano di imporre sul mercato. Ma senza una lingua comune sarà impossibile far parlare gli oggetti fra loro e realizzare la Società connessa. In campo scendono anche Apple e Google: saranno loro le regine dello Iot?

08 Lug 2015

Alessandro Longo

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E’ un far west che cresce a ritmi eccezionali e sarà ancora così per almeno un anno. È la situazione dell‘Iot se la vediamo dal punto di vista di standard e interoperabilità degli oggetti connessi, a casa o in azienda. Al momento non ci sono standard affermati, ma al tempo stesso tanti stanno provando a costruirli e/o a imporre i propri ecosistemi. È il pericolo di ritrovarci in una Babele di oggetti connessi, senza una lingua comune.

Il rischio, in questa situazione, è duplice, spiega Mario Frullone, direttore delle ricerche della Fondazione Ugo Bordoni: “Da una parte, c’è un problema pratico di efficienza: che gli utenti non possano far parlare i diversi oggetti connessi. Per esempio l’automobile con il termostato di casa. Dall’altra, si pone una questione di ostacoli alla concorrenza, se poi si imporranno le soluzioni proprietarie di uno o più vendor”. Il primo aspetto ostacola la stessa crescita del mercato Iot. Se non ci sono standard né ecosistemi che garantiscano la longevità del prodotto, “i consumatori sono tentati dal rimandare gli acquisti. Nessuno vuole comprare, per casa o ufficio, l’equivalente di un videoregistratore Betamax”, dice Patrick Moorhead, analista di Moor Insight & Strategy. Il secondo punto invece può bloccare l’innovazione all’interno dell’Iot. “Quando l’Internet delle cose coincideva con il M2M, non era un problema l’assenza di un linguaggio comune, poiché le applicazioni erano limitate in campo industriale. Adesso invece si preparano a diffondersi nelle nostre vite”, aggiunge Frullone.

L’osservatorio Berg Insight ha trovato a riassumere i problemi partici di un’assenza di standard: non possiamo coordinare l’uso di oggetti di vendor diversi (sincronizzare automobile, termostato e impianto di illuminazione). Siamo costretti a usare una soluzione tecnologica per intero: se non ce ne piace una parte, non potremo sostituirla con il prodotto di un fornitore concorrente (vale sia per il consumatore redenziale sia per un’azienda, un ospedale). Si chiama “vendor lock-in”. Infine, se ci sono soltanto soluzioni proprietarie, anche i dati al loro interno possono essere chiusi all’accesso di terze parti (per esempio quelli della scatola nera di un auto, nei confronti di app o assicurazioni). D’altro canto, i big stanno correndo a costruire i propri ecosistemi perché, in assenza di standard, non hanno alternative per poter contare su soluzioni affidabili (in termini di prestazioni e sicurezza).

Nell’ambito casalingo, spiccano le mosse di Apple e Google. La prima ha annunciato il proprio ecosistema HomeKit, per la domotica, collegato agli iPhone. Google ha il sistema concorrente basato sul termostato Nest, ma ci sono anche altri attori (come Philips, con l’illuminazione intelligente di Hue). Al tempo stesso, “crescono le piattaforme software internet of things per il mercato enterprise”, nota Frank Gillett, analista di Forrester Research. “C’è Microsoft cone l’Azure Iot Suite e Windows for Iot, presentate ad aprile scorso. Ibm ha annunciato una business unit per Iot, sotto l’etichetta di Smarter Planet, con un investimento di 3 miliardi di dollari 2015-2018. Sap ha presentato a maggio l’edizione Iot per la Sap Hana Cloud Platform. Oracle punta sulla piattaforma Java Embedded per dispositivi Iot”, continua Gillett.

Gli standard avanzano ma sono ancora agli inizi. Ci lavora la AllSeen Alliance, con Qualcomm, Cisco, Panasonic e altri (ha un centinaio di membri), l’Open Interconnect Consortium (Intel, Samsung, Dell, a cui si sono aggiunti di recente Hp e Lenovo), entrambi su soluzioni open-source; Thread Group (Arm, Samsung e Nest di Google), focalizzato su dispositivi per la casa. Industrial Internet Consortium, nato a marzo da General Electric, Cisco, Ibm, Intel e A&T pensa invece all’Iot aziendale. Anche Ieee, vecchia guardia tra le organizzazioni di standard, mira a mettere ordine tra le specifiche Iot.

La previsione è che i primi standard formali emergeranno nel 2017, ma già l’anno prossimo potranno emergere soluzioni ad hoc con cui prodotti diversi potranno dialogare. Un’idea già arriva da If this then that, un gruppo indipendente che porta avanti una piattaforma con cui gli utenti possono creare regole tra dispositivi (“se uno fa questo, allora l’altro reagisce così”).

È già possibile farlo, con alcuni prodotti, come il Nest e Hue. Siamo agli inizi di una rivoluzione, che per ora procede a tentoni. Con rischi per il consumatore e la concorrenza. Ma le soluzioni, per creare ordine ed evitare l’impero di ecosistemi chiusi, già si intravedono. Farle crescere è, del resto, interesse di tutti: dato che l’innovazione Iot procede da tante fonti diverse, al momento nessuna azienda può avere la certezza di poter imporre al mondo il proprio ecosistema. Tanto vale, quindi, lavorare su un linguaggio universale per gli oggetti connessi.

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