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L'ANALISI

Ipo sempre meno convenienti per gli “unicorni”. E i venture capitalist festeggiano

In Borsa Lyft, Uber e Pinterest hanno raggiunto risultati al di sotto delle aspettative. A tutto vantaggio degli investitori “privati” che hanno guadagnato molto di più rispetto a quelli “pubblici”. E’ la morte delle quotazioni?

20 Mag 2019

Antonio Dini

Dopo due anni piuttosto complessi per i mercati finanziari dal punto di vista delle nuove quotazioni, a partire da Snap nel 2017 fino a Uber e Lyft quest’anno, si può provare un primo bilancio. Che dice molto chiaramente: i ritorni vengono generati dagli investitori privati e non dal mercato in generale. È un’idea che gli esperti portano avanti da anni e che ha come conseguenza il fatto che adesso le aziende aspettano molto di più prima di quotarsi.

E in effetti nessuno nella Silicon Valley si è stupito più di tanto per il risultato non positivo della quotazione di Uber o di Lyft. Gli esperti lo dicevano da anni, a partire da Marc Andreessen, il papà del moderno browser e uno dei venture capitalist più importanti della Silicon Valley: è la morte della Ipo, l’offerta pubblica iniziale. Almeno dal 2014.

«Le grandi aziende – ha detto a Cnbc Andreessen – tendono a restare private il più a lungo possibile, con guadagni che si accumulano nelle mani degli investitori privati, e non di quelli pubblici», cioè tramite la vendita di azioni nelle Borse.

Secondo Fred Wilson di Union Square Ventures il significato di Ipo così tardive vuol dire che tutto il valore viene catturato da un piccolissimo gruppo di persone. 

Nel 2016 Alex Mittal, partner di FundersClub, ha scritto che le odierne aziende tecnologiche stanno producendo tonnellate di denaro privato, “lasciando la maggior parte dei rendimenti fuori dalla portata degli investitori pubblici”.

Queste sono le stesse persone che traggono beneficio dalle società che rimangono private più a lungo mentre le loro valutazioni salgono alle stelle, sono i primi investitori. È una vera e propria cavalcata milionaria: le aziende hanno valutazioni che passano da milioni a decine di miliardi di dollari. A quel punto i primi vendono le loro azioni alle masse di investitori del mercato pubblico, che sono alla disperata ricerca della prossima Amazon o Google.

Sono stati paradossalmente proprio loro a mettere il pubblico in guardia sul problema emergente di Uber e Lyft. E avevano ragione.

Negli ultimi due anni, gli investitori pubblici hanno ottenuto un pugno di marchi di consumo con grandi nomi ma ben pochi guadagni. Snap ha perso circa un terzo del suo valore dall’Ipo del 2017, mentre Dropbox e Spotify sono aumentati leggermente rispetto ai loro debutti lo scorso anno, ma niente di cui emozionarsi. Uber e Lyft sono crollati. Dopo essere sceso del 13% lo scorso venerdì a causa di una relazione che mostrava entrate di cassa negative, il prezzo delle azioni di Pinterest è tornato ai primi giorni di aprile.

«Forse – dice Duncan Davidson, partner della società di venture Bullpen Capital – abbiamo fatto un errore nel fare in modo che questi unicorni potessero raccogliere quantità così grandi di capitale privato e ritardare così tanto le loro Ipo. “Forse avremmo dovuto farli quotare molto prima, come succedeva una volta». 

Molti investitori, che un tempo si concentravano sui mercati pubblici come T- Rowe Price e Fidelity, si sono spostate sul mercato privato per comprare le azioni degli unicorni e delle altre startup di lungo corso, per non perdere la parte di creazione del valore. E dato che sono già azionisti, è difficile che comprino altre azioni quando si arriva al momento di una Ipo. «Molti degli investitori sulla startup – dice a Cnbc Iris Choi, partner del venture capitalist Floodgate – non comprano di più dopo l’Ipo. Quale sarebbe il loro incentivo a farlo?».

È vero che altre aziende, come Facebook (che nei primi tre mesi dopo l’Ipo nel maggio del 2012 aveva perso metà del valore salvo poi riprendersi clamorosamente) hanno avuto traiettorie diverse. Ma Facebook e Google sono casi a parte, la media va in un’altra direzione.

L’altro problema è il surplus di cash che si sta generando nelle tasche di questi venture capitalist che sono in grado di massimizzare il valore dei loro investimenti e che, dopo ogni round, si trovano ad avere vere e proprie montagne di soldi. Sono dei “mega-fondi”, scrive Cnbc, che stanno spostando miliardi e miliardi di dollari, provocando una trasformazione degli assetti finanziari in questo settore. 

È vero che altre startup che si sono quotate hanno invece prodotti un grossi ritorno per gli investitori pubblici (è il caso di Zoom, di Fastly e di PagerDuty) ma sono molto più piccole e generano un valore piuttosto relativo. E adesso, visto il grande quantitativo di cash a disposizione dei fondi di ventura, stanno diventando sempre più spesso parte delle strategie di Ipo ritardate come gli unicorni, almeno secondo Dan Scholnick di Trinity Ventures. «Il sistema – ha detto a Cnbc – non sta migliorando per gli investitori pubblici. Anzi, probabilmente non farà altro che peggiorare».

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