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Ipv6, migrazione a rischio caos

L’allarme Icann: “Mancano le regole per il passaggio”. La convivenza fra i due protocolli si prospetta conflittuale. E in Europa il passaggio all’Internet del futuro non decolla

18 Mar 2011

Non sarà indolore il passaggio alla nuova Internet, quella basata
sulla nuova famiglia di indirizzi Ipv6, in sostituzione del vecchio
standard Ipv4. L’allarme arriva dall’Internet Corp. For
Assigned Names and Numbers (Icann), l’organismo che regola
l’assegnazione dei nominativi in rete, secondo cui la migrazione
va a rilento ed è stata presa sottogamba da governi, istituzioni,
aziende e provider.

I vecchi indirizzi Ipv4, in tutto 4,3 miliardi di identificativi
numerici – ogni device, dal pc agli smartphone, per connettersi
al web deve disporre di un indirizzo Ip – si sono esauriti a
gennaio. L’Ipv6 sta arrivando, ma un periodo di convivenza
forzata dei due standard è fisiologico. Ci saranno problemi,
soprattutto in Europa, dove la migrazione va a rilento. Governi e
istituzioni non si occupano della vicenda, che per il mondo del web
è paragonabile al passaggio dall’analogico al digitale nel
settore televisivo. In soldoni, manca una data certa per lo
switch-off dell’Ipv4. E così, grossi provider, in particolare le
telco – i maggiori utenti di indirizzi Ip – non hanno fretta di
migrare: ci vorrà tempo prima che la base installata di network
esistenti, basati sull’Ipv4, sia sostituita da nuove
infrastrutture Ipv6. Un altro problema è l’incompatibilità dei
due standard: oggetti targati Ipv4 non sono compatibili con i nuovi
device Ipv6. Nel periodo di sovrapposizione dei due standard, i
provider saranno costretti a mettere in piedi sistemi “dual
stack”, per permettere ai vecchi indirizzi di “parlare” con
quelli nuovi.

Nessuno sa quanto durerà la convivenza fra i due standard.
Intanto, il primo test globale per provare il nuovo standard,
l’Ipv6 Day, è in programma per l’8 giugno. All’iniziativa
hanno già aderito Facebook, Google, Yahoo!, i servizi di Cdn
(content delivery network) Akamai e Limelight Networks e
l’associazione Internet Society. A pagare le conseguenze nel
periodo di transizione saranno in primo luogo i consumatori. Un
esempio? I router di fascia bassa, in vendita in negozi come
Computer World Media World ecc., non hanno alcun obbligo di portare
sulla confezione la dicitura Ipv6.

Adesso i proprietari di siti web hanno davanti a sé pochi mesi per
fare in modo che i device di nuova generazione siano muniti di un
nuovo indirizzo. In futuro, per ogni nuovo sito web e per ciascun
dispositivo munito di un indirizzo Ip, compresi gli smartphone,
sarà necessaria l’assegnazione di indirizzi in formato IpV6.
“Bisogna accelerare l’adozione del nuovo protocollo”, dice
Rod Beckstroem, chief executive dell’Icann.

La maggior parte dei big del web, da Google a Facebook, ha già
reso accessibili le loro pagine web ai dispositivi di entrambi gli
standard. Gli Internet service provider, su cui pesa di più la
migrazione, hanno già acquistato le apparecchiature necessarie per
tradurre un formato nell’altro, per non creare problemi ai siti
internet dei loro clienti. Lo stesso discorso vale per i computer e
gli smartphone venduti negli ultimi anni, in grado di dialogare con
entrambi gli standard. Però l’adozione del nuovo standard è
più lenta del previsto: le aziende non sentono l’urgenza di
sbrigarsi.

Di certo il processo subirà una scossa quando i nuovi siti Ipv6
avranno problemi a collegarsi con dispositivi o piccoli siti che
girano ancora sull’Ipv4. L’upgrading all’Ipv6 non rappresenta
una grossa spesa per i proprietari di siti web. A livello globale,
la migrazione costerà alcuni miliardi di dollari, secondo stime
dell’Icann. Alcuni problemi di sicurezza resteranno insoluti per
alcuni anni. Un esempio riguarda i siti degli istituti finanziari,
i cui dati arriveranno sul device del cliente dopo la
trasformazione dal vecchio formato IPv4 al nuovo formato Ipv6, un
passaggio di “traduzione” gestito dall’Isp.

Con effetti collaterali indesiderati: l’istituto finanziario non
ha il controllo completo dei dati sensibili lungo l’intera
filiera del web e non sarà in grado di controllare i dati sul
device del destinatario, vista la necessità dell’intervento
intermedio dell’Isp, per tradurre il contenuto da un formato
all’altro. Dal 1981 ad oggi sono stati attribuiti 4,3 miliardi
indirizzi Ip. Ogni oggetto – pc, smartphone, tablet, tivù,
console, auto, lavatrice ecc. – che può collegarsi a internet è
munito di un identificativo numerico, come la targa di un’auto,
per localizzarlo in rete. Il sistema del futuro consente di creare
un numero astronomico di nuovi indirizzi: 340 moltiplicato per 10
alla potenza di 36. Se tutti gli indirizzi Ipv4 avevano le
dimensioni di una pallina da golf, la massa dei nuovi indirizzi
Ipv6 saranno grandi come il sole.

L'INCHIESTA COMPLETA SARA' PUBBLICATA SUL
NUMERO 5 DEL CORRIERE DELLE COMUNICAZIONI IN USCITA LUNEDì 21
MARZO

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