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AGENDA DIGITALE

Italia digitale, Anfov: “Niente fondi a pioggia, incentivare le eccellenze”

Roberto Azzano: “Non bastano le misure mirate alla PA. Serve il varo di un piano industriale per lo switch off dell’intero sistema Paese”

29 Ott 2014

M.S.

Un piano industriale per l’Italia digitale, l’individuazione di best sector ai quali dare priorità e un fondo ad hoc per le aziende che intendono investire nelle tecnologie digitali. Sono le proposte presentate a Smau dall’Osservatorio sull’Agenda digitale di Anfov ha presentato a Smau.

L’Agenda digitale, ha osservato Roberto Azzano responsabile dell’Osservatorio e vicepresidente Anfov, si sta trasformando in una serie di misure solo per la Pubblica amministrazione. “Ma questo risolve solo una parte dei problemi”. Tutto il sistema italiano deve passare al digitale, per questo l’Associazione per la convergenza dei servizi di comunicazione, chiede il varo di un piano industriale. Ma questo deve essere fatto investendo sulle eccellenze, senza distribuire i fondi a pioggia. Il quadro delle risorse, come ha sottolineato il presidente di Anfov Achille De Tommaso, infatti è incerto. Ai 900 milioni provenienti dalla Ue si aggiunge un miliardo (ma 500 milioni sono già stati spesi) proveniente dal piano nazionale banda larga e altre 547 milioni per la banda ultra larga al Sud dove però fioriscono troppe iniziative non coordinate fra loro.

Secondo quanto riferito dal sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico con delega alle comunicazioni Antonello Giacomelli, a fine ottobre dovrebbe essere completato il piano nazionale per la banda ultra larga. Difficile però che la scadenza sia rispettata. Il decreto Sblocca Italia invece prevede sgravi fiscali per gli investimenti nelle infrastrutture della banda larga fissa e mobile. L’obiettivo sarebbe di evitare doppioni di reti, ma nessuno può costringere i privati a investire o a non farlo in determinate zone. Altri provvedimenti come l’introduzione di un credito d’imposta per nuove infrastrutture hanno bisogno dei decreti attuativi da concertare fra ministeri e Agenzia delle entrate. “Il problema – dice De Tommaso – non sono i soldi, ma la definizione degli obiettivi e governance oltre al fatto che l’Agenda digitale nella Pubblica amministrazione prevede la digitalizzazione dell’esistente e non la riorganizzazione dei processi in funzione dell’introduzione delle nuove tecnologie”.

Il ruolo delle Regioni è importante, ma devono essere coordinate da qualcuno che abbia un potere esecutivo sugli enti. Oggi ogni Regione si comporta a suo modo realizzando ottimi progetti o buttando i soldi. Non ci sono obiettivi comuni e chiari per ogni area perché “venti piani regionali non fanno un piano nazionale”. Senza contare che i 4/5 della spesa Ict della Pubblica amministrazione non va in nuovi investimenti, ma viene spesa per gestire l’obsolescenza del parco hardware e software esistente.

I problemi non riguardano solo la Pa. In Italia il peso del mercato Ict sul Pil è sceso al 4,9% contro una media europea del 6,6%. Mancano 22 miliardi di mercato dovuti sicuramente alla crisi ma anche “al fatto che gli imprenditori spesso non capiscono come utilizzare il digitale per il loro business” è l’opinione di Roberto Azzano. E il ricorso ai fondi europei è sempre difficile. La storica incapacità delle nostre imprese di aggiudicarsi i fondi europei ha fatto sì che con la precedente programmazione abbiamo portato a casa 37 miliardi su 66, perdendo il resto dei fondi. Con Horizon 2020 i primi dati indicano che anche in questo caso il 20-30% dei fondi non riusciamo a ottenerli perché le aziende italiane non sono in grado di presentare progetti validi.

Ecco allora che secondo Anfov è necessario “cambiare verso” all’Agenda Digitale che deve trasformarsi in uno dei motori di sviluppo del Paese.

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