Italia digitale, Di Costanzo: "Copyright e decreto Concorrenza rischiano di frenare la svolta" - CorCom

L'INTERVISTA

Italia digitale, Di Costanzo: “Copyright e decreto Concorrenza rischiano di frenare la svolta”

Il presidente della Fondazione e di PA Social: “Le norme sulle piattaforme ci allontanano dall’Europa”. E sul diritto d’autore: “Provvedimento rigido e restrittivo che avvantaggia solo le grandi aziende. Danni per gli utenti”

12 Nov 2021

Dal copyright al Ddl Concorrenza fino ad alcuni passaggi del Pnrr: l’Italia rischia di perdere il treno della digital transformation. Il perché lo spiega a CorCom, Francesco Di Costanzo, presidente della Fondazione Italia Digitale (Fid) e di PA Social.

Partiamo dal ddl Concorrenza. Cosa non va in quel provvedimento?

L’articolo 29 stabilisce che, salvo prova contraria, “si presume la dipendenza economica nel caso in cui un’impresa utilizzi i servizi di intermediazione forniti da una piattaforma digitale che ha un ruolo determinante per raggiungere utenti finali o fornitori, anche in termini di effetti di rete o di disponibilità dei dati”. È previsto dunque l’intervento dell’Antitrust nel caso in cui un utente/operatore delle piattaforme si ritrovi obbligato a dovere ingiustificatamente rifiutare ai propri clienti proposte di fornitura di beni o servizi a condizioni migliorative rispetto a quelle assicurate alle stesse Big Tech. Una norma che dovrebbe garantire parità di condizioni competitive sul mercato rischia, invece, di determinare tutto il contrario.

Perché? In Europa ci sono norme simili, dato che la “dipendenza economica” non è normata a livello comunitario.

La norma italiana, differentemente dalle regole degli altri Paesi Ue, prevede una “presunzione” dello stato della dipendenza economica, imponendo alle piattaforme l’onere di dimostrare che quella dipendenza non esiste. La presunzione, in pratica, fa sì che si consideri ogni piattaforma digitale – indipendentemente dal modello di business – come un soggetto forte. Un approccio che impatta negativamente non solo sui consumatori ma anche sulle piattaforme digitali di dimensioni più piccole. Crediamo che su questo punto serva una riflessione e un intervento che modifichi la norma, anche in vista dell’approvazione del Digital Markets Act.

Cioè?

La Commissione europea sta discutendo il pacchetto di riforma sui mercati digitali, il Digital Markets Act, e l’Italia vara una norma che rischia di confliggere con la visione europea, andando a disciplinare – vista la fattispecie della dipendenza economica – anche le condotte disciplinate dal Dma. Sarebbe un duro colpo alla realizzazione del digital single market. Il tema della concorrenza nei mercati digitali, tra l’altro, sarà al centro del primo evento della nuova iniziativa di Fid e Utopia, “Connessioni – Pop Digital Talk”.

Di recente è stato approvato il dlsg che recepisce la direttiva Ue sul copyright. Lì cosa non convince?

A nostro avviso la modalità di recepimento della direttiva è restrittiva e sbilanciata, a svantaggio degli utenti e delle piccole e medie realtà editoriali. Una battaglia tra grandi poteri che porta solo ad un irrigidimento della normativa e a una maggiore difficoltà per i lettori di accedere alle informazioni e quindi anche ad un aumento della disinformazione. Il decreto italiano inserisce di fatto un obbligo a siglare un contratto, con AgCom che ha il potere di fissare i prezzi, non previsto dalla direttiva Ue e ispirato esplicitamente al modello restrittivo australiano.

Cosa non va nell’equo compenso come regolato dal dlsg?

I criteri fissati per la remunerazione premiano solo i grandi giornali, basandosi ad esempio su anzianità della testata e numero dei giornalisti, di fatto drenando risorse ai piccoli e impattando negativamente sul pluralismo e creando maggiore caos informativo. Inoltre la definizione vaga di estratti brevi, le anteprime, potrebbe portare a un loro blocco e quindi ad un minore accesso alle informazioni, a tutto danno dei lettori.

Un aspetto molto dibattuto è quello del concetto di “best effort” definito nella direttiva Ue ma diversamente – secondo alcuni osservatori – interpretato in Italia…

La direttiva Ue, sì, parla di “best effort” ovvero migliori sforzi per tutelare il copyright; invece l’implementazione italiana lo traduce come “massimi sforzi” con il rischio di irrigidire ancora di più il mercato. Paesi come la Spagna hanno scelto un approccio molto più bilanciato e questo porterà vantaggi per l’informazione e il pluralismo.

Ci sono anche aspetti positivo o è tutto da buttare?

Un aspetto positivo è certamente il fatto che si intende regolamentare il settore del media monitoring e delle rassegne stampa con un equo compenso per gli editori, grazie alla competenza di un garante super partes come Agcom, rendendo sostenibile il settore e tutelando tutte le parti coinvolte nella fornitura delle rassegne. Il digitale, in tutte le sue forme, dev’essere popolare, non è con la rigidità e la difesa di alcune categorie rispetto ad altre che si incentiva l’innovazione e la crescita di nuove opportunità per tutti. La rivoluzione va gestita e regolata al meglio, ma con criteri di sviluppo e crescita e non di demonizzazione delle piattaforme digitali e di restrizione delle opportunità per le medie e piccole realtà e per l’informazione degli utenti.

Un altro tema chiave per lo sviluppo dell’economia digitale è il trasferimento dati. Quale il puno di vista di Fid?

Dopo Schrems II è necessario trovare un nuovo approccio. A questo proposito la Fondazione Italia Digitale sposa l’auspicio dei Anitec-Assinform perché i negoziati per una riforma del privacy Shield  tra Usa e Ue accelerino. È necessaria una cornice normativa certa perché questo è un tema che non rigarda solo il business delle imprese ma anche le garanzie per le persone.

L’Italia si prepara ad agganciare la sfida del Pnrr. Che giudizio sul Piano?

Certamente si tratta di un’occasione unica per trasformare l’Italia in un Paese più digitale e più sostenibile. Proprio per questo, però, sarebbe necessario valorizzare quelle figure, come i comunicatori, che possono fungere da facilitarori in questo momento così complesso. Ma abbiamo notato che nei bandi figure così non sono previste. Ci fa ben sperare la scelta della Regione Abruzzo che ha messo a coordinare il programma sul Pnrr una giornalista: un esempio che crediamo vada seguito. Contestualmente è arrivato il momento – PA Social lo chiede da anni –  di riformare la legge 150. Serve riconoscere le nuove professioni dei comunicatori, sempre più indispensabili al buon funzionamento della macchina amministrativa e al lavoro di eliminazione delle barriere della burocrazia che ne appesantiscono il funzionamento, e quindi di conseguenza riorganizzare il lavoro della comunicazione nel settore pubblico. Di questo, o meglio anche di questo, si parlerà alla prossima assemblea di PA Social il 16 novembre.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5