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INTERNET OF THING

L’IoT Made in Italy sbarca in Cina, Ingdan Italia fa volare startup e Pmi

L’Ad Marco Mistretta svela i piani della compagnia: “La Silicon Valley d’Oriente ha fame di hardware italiano”

21 Apr 2016

Andrea Frollà

Perché passare dagli Stati Uniti per andare a produrre in Cina? La risposta a questa domanda sembra averla trovata Ingdan Italia. Cogobuy, colosso cinese dell’e-commerce per la componentistica elettronica (1 miliardo di fatturato nel 2015, +115% rispetto al 2014), ha deciso di partire dall’Italia e puntare sull’hardware Made in Italy per creare il primo ponte europeo in grado di accompagnare la tecnologia per l’Internet of Things sul mercato cinese. “Vogliamo mettere in connessione maker, startupper e Pmi con la Cina, ossia con la grande fabbrica del mondo”, spiega a CorCom Marco Mistretta, amministratore delegato della joint venture italiana. In pochi mesi la compagnia ha raccolto oltre 1.000 progetti e tra qualche settimana porterà 4 startup italiane nella Shenzen Valley, la più grande area mondiale di produzione elettronica, per incontri B2B con i player della distribuzione, i potenziali investitori e le aziende manifatturiere.

Hardware, Iot, Italia e Cina. Cosa vi ha spinto a scommettere su questo mix?

Cogobuy si basa su un business model online to offline perché il suo fondatore Jeffrey Kang (il fondatore, ndr) ha sempre creduto che ad una struttura in rete si dovesse accompagnare un network di rapporto diretto con il cliente. Con questo doppio binario ha raggiunto 3 milioni di clienti, che rappresentano l’80% delle aziende manifatturiere elettroniche cinesi. Questa radicalizzazione ci ha permesso di vivere da vicino il Rinascimento dell’hardware, tornato a crescere negli ultimi 5 anni. Ingdan nasce in questo contesto, come piattaforma per raccogliere l’innovazione dell’hardware IoT e mettere in connessione maker, startupper e Pmi con la Cina, ossia con la grande fabbrica del mondo. Ci siamo lanciati in Europa scegliendo l’Italia e la vetrina della Maker Faire Rome con un obiettivo ambizioso: creare il primo ecosistema hardware IoT europeo.

Perché siete partiti dall’Italia?

Non siamo solo food and fashion. Il primo computer parlava italiano e il movimento dei maker esiste grazie ad una scheda italiana che si chiama Arduino/Genuino. In Italia abbiamo intravisto un grande potenziale innovativo, grazie alla dimensione internazionale della Maker Faire di Roma, anche se ancora pesa la mancanza di un ecosistema a sostegno dell’innovazione. Ci sono cortocircuiti che non permettono lo sviluppo di idee di valore di crescere ed è per questo che vogliamo connettere Firenze a Shenzen, ma anche Canicattì a Reggio Emilia per far dialogare gli innovatori, coinvolgendo le eccellenze italiane dell’elettronica e far loro scalare i mercati internazionali.

Qual è il vostro punto di forza?

Siamo in grado di validare le idee. Ciò significa testarle direttamente sulla community di riferimento, senza sostituirsi all’investitore ma mitigando il rischio. Aiutiamo le realtà a entrare in contatto con venture capital e business angel. Questo è l’ecosistema che stiamo sviluppando. Non ci sostituiamo all’imprenditore, ma aiutiamo a capire se la scelta di mercato ha un senso o meno.

Perché chi fa innovazione IoT deve andare in Cina?

Chi vuole fare innovazione sogna gli Stati Uniti per poi scoprire che per avere successo devi andare a produrre e vendere in Cina perché è il primo mercato di consumo al mondo. Ma c’è un altro aspetto chiave: a Shenzen si trovano gli stessi servizi in termini di qualità, capacità produttive, competenze e investitori della Silicon Valley. Quando si tratta di competere a livello globale c’è bisogno di partner in grado di garantire maggiore prossimità al mercato e una produzione più efficiente. Il prossimo Steve Jobs potrà nascere ovunque, ma per essere competitivo sui grandi mercati globali devi essere produttore e per far ciò hai bisogno dei giganti, che sono in Cina. Non è una gara, ma se prima gli Usa erano una scelta obbligata, ora non più.

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