La Cina vara il "Grande firewall": stretta alla libertà online - CorCom

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La Cina vara il “Grande firewall”: stretta alla libertà online

Rafforzate le restrizioni sul web. Sarà punito chi pubblica informazioni lesive “dell’onore nazionale” o che disturbino “l’ordine economico o sociale”. Amnesty International: “Norme pericolose, società Internet chiamate ad agire da censori”

07 Nov 2016

A.S.

Un inasprimento delle restrizioni alla libertà d’espressione online, imponendo il bocco a siti internet o contenuti e commenti online su temi che il governo di Pechino considera sensibili, come ad esempio il rispetto dei diritti umani e le critiche ai governanti. E’ il senso del “Grande Firewall”, come è stata soprannominata dagli addetti ai lavori la nuova legge sulla cybersecurity approvata oggi dal comitato permanente dell’assemblea nazionale del popolo in Cina, che già durante la discussione aveva sollevato grandi perplessità e timori di un rafforzamento della censura di Pechino sul Web.

Il partito comunista sovrintende a un vasto sistema di censura in Cina, che mira a bloccare siti o contenuti e commenti online su temi che il governo considera sensibili, come ad esempio il rispetto dei diritti umani in Cina e le critiche all’esecutivo.

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La nuova normativa vieta agli utenti di Internet di pubblicare una vasta gamma di informazioni, tra cui tutto ciò che danneggia “l’onore nazionale”, “disturba l’ordine economico o sociale” o ambisce a “rovesciare il sistema socialista”. La legge chiede tra l’altro alle compagnie di verificare l’identità degli utenti, di fatto rendendo illegale l’accesso anonimo alla rete internet.

Una forte opposizione è stata espressa dalle grandi compagnie hi-tech e dai governi stranieri, per i timori che le autorità cinesi possano costringerle a consegnare dati archiviati in loco e password di accesso per motivi di sicurezza, costringendoli a cooperare sulla “protezione della sicurezza nazionale”. “Questa legge pericolosa costringe le società internet a essere di fatto degli agenti dello Stato, richiedendo loro di agire come censori e fornire dati personali alle autorità”, afferma Patrick Poon, ricercatore cinese presso Amnesty international.