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La Green Transition corre sul cloud. Si rischia una dipendenza dalle Big tech?



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Con dati, AI e servizi proprietari, Google e Amazon entrano nella misurazione delle emissioni, nella gestione dell’energia e nell’analisi dei rischi climatici. Il paper di Cecilia Rikap e Silvia Weko avverte: più queste funzioni diventano standard, più Stati e imprese potrebbero legare decisioni e capacità operative a piattaforme private

Pubblicato il 11 mag 2026

Federica Meta

Direttrice



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Punti chiave

  • Le Big Tech (es. Google, Amazon) orientano la transizione ecologica tramite cloud e intelligenza artificiale, creando dipendenze di Stati e imprese.
  • Rischi: accumulo di dati, monopolio intellettuale, impatto materiale dei data center e possibile effetto rimbalzo.
  • Serve governance pubblica: istituzioni democratiche, alternative aperte e sovranità su infrastrutture cloud e risorse computazionali per guidare la transizione.
Riassunto generato con AI

La transizione ecologica non si gioca più soltanto nelle fabbriche, nelle reti energetiche o nelle politiche industriali. Sempre più spesso passa anche dalle infrastrutture digitali che raccolgono dati, li elaborano e li trasformano in servizi per imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini. Cloud, intelligenza artificiale e piattaforme diventano così strumenti centrali per misurare emissioni, ottimizzare consumi, gestire reti elettriche e monitorare rischi ambientali. Ma questa centralità solleva una domanda politica ed economica: chi controlla davvero le tecnologie che dovrebbero guidare la sostenibilità?

È da questo interrogativo che parte lo studio “A green transition orchestrated from Big Tech clouds?”, firmato da Cecilia Rikap, professoressa di economia e responsabile della ricerca presso l’UCL Institute for Innovation and Public Purpose dell’University College di Londra, e Silvia Weko, ricercatrice associata presso FAU Erlangen-Nuremburg. Nel paper si analizzano le strategie ambientali di Google e Amazon, mettendo a confronto report di sostenibilità, iniziative sull’intelligenza artificiale, programmi per startup e servizi cloud presentati come soluzioni per affrontare la crisi climatica.

Le Big Tech orientano (anche) la green transition

Secondo le esperte, Google e Amazon non si limitano a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività o a offrire tecnologie utili a imprese e pubbliche amministrazioni. Stanno cercando di orientare il percorso della transizione ecologica in modo coerente con il proprio modello di business, rafforzando la dipendenza di Stati, aziende, ricercatori e startup dalle infrastrutture proprietarie del cloud.

Rikap e Weko non negano che alcune tecnologie possano contribuire a risolvere problemi specifici. Contestano però l’approccio tecnosoluzionista che affida a poche grandi imprese digitali la capacità di definire problemi, strumenti e priorità. Con la conseguenza che i servizi cloud e di intelligenza artificiale per la transizione verde vincolano Stati e imprese, ampliando i profitti di Google e Amazon e le loro sfere di controllo”.

Il punto interessante è proprio questo: il cloud non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma anche un dispositivo economico e politico. Chi controlla dati, capacità computazionale e modelli di intelligenza artificiale può incidere sulle scelte pubbliche e private, stabilendo quali soluzioni diventano praticabili e quali restano ai margini.

Dalla doppia transizione al rischio di monopolio cognitivo

Lo studio parte da una critica alla narrazione dominante sulla doppia transizione. La Commissione europea, con il Green Deal, ha indicato le tecnologie digitali come fattori abilitanti della sostenibilità. Questa visione si è diffusa anche nella ricerca accademica e nelle strategie industriali, dove brevetti, big data, intelligenza artificiale e piattaforme sono spesso presentati come strumenti capaci di accompagnare la decarbonizzazione.

Questa impostazione, però, tende a sottovalutare tre aspetti. Il primo riguarda l’impronta ambientale delle tecnologie digitali. L’espansione dell’intelligenza artificiale e del cloud richiede energia, acqua, materiali, server, reti e nuovi data center. Il secondo riguarda il potere economico delle imprese che controllano queste infrastrutture. Il terzo riguarda la possibilità che l’agenda climatica venga ricondotta a soluzioni compatibili con gli interessi dei grandi operatori tecnologici.

Rikap e Weko richiamano il concetto di “monopolio intellettuale”, utilizzato per descrivere le imprese che accumulano e trasformano in rendita beni intangibili come dati, software, brevetti, competenze, modelli di apprendimento automatico e reti di ricerca. In questo schema, Google, Amazon e Microsoft non sono semplici fornitori di tecnologia ma imprese che concentrano segmenti decisivi della catena del valore dell’intelligenza artificiale, dai dataset alle infrastrutture di calcolo, fino agli ecosistemi di startup e sviluppatori.

In questo scenario la transizione ecologica diventa un terreno di espansione delle rendite digitali. Le imprese che devono misurare emissioni, ottimizzare consumi, gestire reti elettriche o monitorare rischi climatici possono trovare nel cloud strumenti pronti all’uso. Ma adottare questi strumenti significa spesso entrare in un ecosistema chiuso, dove dati, applicazioni e processi decisionali vengono progressivamente agganciati alle piattaforme dei fornitori.

Google, dalla sostenibilità interna alla pianificazione dell’ecosistema

Nel caso di Google si osserva una trasformazione progressiva. Nei report ambientali tra il 2016 e il 2022, l’azienda insiste soprattutto sulla riduzione dell’impatto delle proprie attività, sull’efficienza energetica del cloud e sull’utilizzo di elettricità rinnovabile. La sostenibilità viene presentata anche come una scelta economicamente conveniente. In un passaggio citato nello studio, Google scrive: “I nostri obiettivi di sostenibilità, come l’impegno a compensare il consumo di elettricità delle nostre attività con il 100% di energia rinnovabile, non solo sono positivi per l’ambiente, ma hanno anche senso dal punto di vista economico”.

Accanto a questa dimensione interna, però, cresce il ruolo dei prodotti. Nest Thermostat, Google Maps, Waze, Google Earth Engine, Environmental Insights Explorer, Data Commons e più recentemente Tapestry sono esempi di una strategia più ampia con la quale BigG non si limita a rendere più sostenibili le proprie operazioni ma mira a fornire a individui, imprese, amministrazioni e organizzazioni internazionali gli strumenti per misurare, prevedere e gestire fenomeni ambientali.

Il cambio di passo avviene soprattutto dal 2020 quando Google passa da una logica di “empowerment” degli utenti a una visione più ampia, in cui le proprie tecnologie vengono proposte come infrastruttura di pianificazione della transizione. L’azienda scrive di voler agire “ben oltre” le proprie attività e di usare “dimensioni, risorse e competenze tecnologiche” per aiutare il mondo a soddisfare il fabbisogno di energia e risorse.

Questa impostazione coinvolge anche startup e partner. Il programma Google for Startups Accelerator legato agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, le iniziative per startup climatiche e il programma Google Cloud Ready-Sustainability favoriscono lo sviluppo di soluzioni costruite attorno all’infrastruttura cloud di Google. Il sostegno all’innovazione può quindi tradursi in un legame duraturo con la piattaforma, alimentato da crediti cloud, strumenti proprietari e accesso privilegiato a risorse computazionali.

Dati ambientali, mappe e città: quando il servizio gratuito apre nuovi mercati

Una parte rilevante dello studio riguarda il ciclo di vita dei prodotti. Le autrici sostengono che molte soluzioni seguano una traiettoria ricorrente. Nascono come strumenti interni o come progetti sviluppati insieme a università, organizzazioni non profit e istituzioni pubbliche. Vengono poi presentate come risorse gratuite o aperte, utili alla ricerca e alla collettività. In una fase successiva, diventano componenti di servizi commerciali o rafforzano l’attrattività del cloud.

Google Earth Engine è uno degli esempi più significativi. Nato come strumento per analizzare dati geospaziali e satellitari, è stato utilizzato in progetti come Global Fishing Watch, Global Surface Water Explorer e Global Forest Watch. Negli anni ha accumulato enormi quantità di dati e una comunità di utenti accademici e istituzionali. Dal 2022 è diventato anche un servizio a pagamento di Google Cloud per governi e aziende, pur restando accessibile per ricerca e formazione.

Lo stesso schema emerge con Environmental Insights Explorer, strumento basato su intelligenza artificiale per aiutare le città a misurare emissioni e individuare opportunità di riduzione. Secondo il paper, nel 2023 era usato da oltre 40mila città. Anche Data Commons, piattaforma open source che standardizza dataset pubblici, resta pubblica, ma Google offre l’accesso tramite BigQuery, servizio cloud a pagamento.

Il problema non è tanto il prezzo ma la dipendenza: quando un’amministrazione costruisce le proprie capacità di misurazione ambientale su strumenti proprietari, tende ad adottare anche altri servizi dello stesso ecosistema. Il dato climatico diventa così una porta d’ingresso per vendere capacità computazionale, analisi predittiva e applicazioni cloud.

Amazon e la sostenibilità come estensione della logistica digitale

Nel caso di Amazon, il primo report di sostenibilità arriva nel 2018, in un contesto segnato da critiche interne ed esterne sull’impatto ambientale dell’azienda. Anche qui la sostenibilità viene raccontata come un processo che riguarda l’impresa, i clienti, i fornitori e il mondo nel suo complesso. Echo, Alexa e i termostati intelligenti sono presentati come strumenti capaci di aiutare i consumatori a gestire meglio energia, acqua e riciclo.

Amazon insiste inoltre sul fatto che l’e-commerce possa essere più efficiente rispetto allo shopping tradizionale. Nei report citati dallo studio, l’azienda sostiene che le consegne alimentari online generino emissioni inferiori per articolo rispetto agli acquisti nei negozi. Questa rappresentazione, osservano Rikap e Weko, sposta però l’attenzione sull’efficienza del singolo processo, senza affrontare il tema dell’aumento complessivo dei consumi favorito dal modello di piattaforma.

Anche Amazon promuove il cloud come scelta più sostenibile. L’azienda afferma che l’infrastruttura di Amazon Web Services sia più efficiente dei data center aziendali tradizionali e che il passaggio al cloud possa ridurre l’impronta carbonica dei clienti. La sostenibilità diventa quindi un argomento commerciale per accelerare la migrazione verso Amazon Web Services.

Un ruolo centrale è affidato ai fondi e agli acceleratori. Il Climate Pledge Fund investe in tecnologie utili a decarbonizzare le attività di Amazon, come carburanti a basse emissioni e trasporto elettrico. L’Aws Clean Energy Accelerator e il Sustainability Accelerator offrono risorse alle startup che operano nell’energia pulita e nella sostenibilità. Anche in questo caso, i crediti cloud hanno un effetto strategico: le imprese più promettenti vengono incoraggiate a costruire fin dall’inizio le proprie architetture su Amazon Web Services.

Intelligenza artificiale e ambiente, il racconto delle soluzioni totali

Sia Google sia Amazon collocano l’intelligenza artificiale al centro delle rispettive strategie ambientali. Nei report più recenti, Google sostiene che affrontare il cambiamento climatico richieda di sbloccare il potenziale dell’intelligenza artificiale. Amazon afferma di usare l’intelligenza artificiale per dimensionare gli imballaggi, ridurre sprechi, ottimizzare l’energia e contrastare la deforestazione.

Il paper cita un passaggio del report Amazon 2023: “Vediamo anche l’opportunità di utilizzare l’intelligenza artificiale per affrontare le sfide della sostenibilità su una scala senza precedenti, offrendo al tempo stesso nuove soluzioni ai nostri clienti”. Qui la crisi ambientale è presentata come un campo in cui l’intelligenza artificiale consente interventi su scala inedita, ma anche come un’occasione per offrire nuove soluzioni ai clienti.

Amazon Sustainability Data Initiative è uno dei casi più importanti. L’iniziativa ospita su Amazon Web Services dataset pubblici su meteo, clima, immagini satellitari, idrologia, qualità dell’aria e oceani. Partecipano attori pubblici come Noaa, Nasa, Met Office britannico e governo del Queensland. Amazon presenta questa attività come un servizio alla ricerca e all’innovazione. Allo stesso tempo, secondo Rikap e Weko, l’iniziativa rafforza l’uso del cloud Amazon e crea domanda per servizi analitici a pagamento.

Il confine tra servizio pubblico, infrastruttura privata e mercato dei dati si fa quindi più sottile. Quando dataset fondamentali per il monitoraggio climatico vengono ospitati e analizzati su cloud privati, la capacità di ricerca, previsione e intervento dipende sempre più da infrastrutture aziendali. Il rischio, secondo le esperte, è che una funzione di interesse generale venga progressivamente intermediata da piattaforme commerciali.

Energia, reti elettriche e nuove dipendenze dal cloud

L’energia è uno dei terreni in cui la strategia delle Big Tech appare più avanzata. Le reti elettriche devono integrare fonti rinnovabili variabili, gestire domanda distribuita, sistemi di accumulo, veicoli elettrici e nuove esigenze industriali. Questo richiede dati, previsioni e simulazioni. Per Google e Amazon si apre uno spazio di mercato molto ampio.

Google lavora su Tapestry, progetto che punta a costruire una visione virtualizzata del sistema elettrico. L’obiettivo dichiarato è rendere la rete più visibile, affidabile e adatta alla transizione energetica. Le autrici segnalano però che uno strumento di questo tipo può trasformarsi in un punto di controllo. Se operatori pubblici, utility e regolatori dipendono da una piattaforma privata per simulare scenari e pianificare investimenti, il fornitore tecnologico acquisisce un’influenza rilevante sulle decisioni.

Amazon, dal canto suo, collabora con diversi attori energetici che usano Amazon Web Services per migrazione dati, previsioni della domanda, software per smart grid e monitoraggio degli impianti. Tra gli esempi citati compaiono Duke Energy, Iberdrola, Engie, Edf, Ge Renewable Energy, Octopus e altri operatori. L’azienda partecipa inoltre a eventi internazionali del settore e sostiene l’adozione di tecnologie di rete basate su dati e intelligenza artificiale.

La questione, anche qui, non è se l’intelligenza artificiale possa aiutare a gestire sistemi complessi (cosa che fa già). Il nodo critico è chi controlla gli strumenti, i dati, le competenze e le infrastrutture. Una transizione energetica governata attraverso piattaforme proprietarie rischia di rendere gli attori pubblici meno autonomi proprio nel momento in cui la pianificazione diventa più importante.

Il nodo ambientale dei data center

Lo studio insiste su un punto spesso trascurato nei discorsi aziendali: il cloud ha un impatto materiale. Data center e intelligenza artificiale consumano elettricità e acqua, richiedono componenti hardware e spingono la domanda di infrastrutture fisiche. Le autrici richiamano dati Unctad secondo cui il consumo elettrico dei principali operatori di data center è aumentato di circa il 150% tra il 2018 e il 2022. Per Amazon l’incremento è indicato al 176%. Nello stesso periodo cresce anche la domanda di acqua per il raffreddamento.

Google e Amazon rispondono con obiettivi su rinnovabili, acqua, efficienza e neutralità. Ma i report mostrano tensioni evidenti. Google ha registrato nel 2023 un aumento delle emissioni rispetto al 2022 e un incremento del carico elettrico dei data center. Anche il consumo netto di acqua risulta in crescita nel periodo considerato. Amazon, secondo le autrici, ha visto crescere le emissioni nel corso della propria rendicontazione di sostenibilità, pur usando contabilizzazioni basate anche su compensazioni.

E proorio qui emerge il paradosso. Le stesse infrastrutture presentate come abilitatori della sostenibilità aumentano la pressione su energia e risorse. Il passaggio dai data center aziendali al cloud può essere più efficiente sul piano tecnico, ma se l’uso complessivo del cloud cresce rapidamente il risultato può essere un aumento del consumo totale. È il rischio dell’effetto rimbalzo: maggiore efficienza, maggiore domanda, maggiore impatto complessivo.

La responsabilità spostata sul consumatore

Un altro elemento ricorrente nei report è l’enfasi sulle scelte individuali. Google propone percorsi più sostenibili su Maps, informazioni sulle emissioni dei voli, filtri per acquisti più responsabili. Amazon consente ai clienti di gestire dispositivi domestici, ridurre sprechi, trovare centri di riciclo o acquistare prodotti di seconda mano.

Questi strumenti possono avere utilità pratica. Ma, secondo Rikap e Weko, rischiano di spostare la responsabilità della crisi ecologica sui comportamenti dei singoli, lasciando intatti i modelli produttivi e di consumo che la alimentano. Il consumatore viene invitato a scegliere meglio, mentre la piattaforma continua a promuovere volumi crescenti di traffico, acquisti, consegne e utilizzo dei servizi digitali.

Nel caso della mobilità, le autrici osservano come Google sia passata dal valorizzare soluzioni come il car pooling e il trasporto pubblico a un’attenzione maggiore verso percorsi ottimizzati, punti di ricarica e veicoli elettrici, in un contesto in cui cresce anche il progetto Waymo. Il rischio è che il problema del trasporto venga tradotto in un insieme di ottimizzazioni per l’auto privata o per servizi di mobilità proprietari, invece di essere affrontato con investimenti sistemici nel trasporto pubblico.

Una transizione da governare, non da delegare

Il contributo più rilevante dello studio è l’avvertimento sulla governance. Le autrici non sostengono che ogni uso dell’intelligenza artificiale o del cloud sia dannoso. Sostengono che una transizione affidata a pochi operatori privati rischia di consolidare nuove forme di dipendenza economica, tecnologica e politica.

In questa prospettiva, Google e Amazon agiscono su due piani. Da un lato costruiscono una narrazione in cui le tecnologie digitali sono presentate come risposta principale alla crisi ecologica. Dall’altro offrono prodotti concreti che rendono questa narrazione operativa: dataset, piattaforme cloud, strumenti di analisi, servizi di intelligenza artificiale, acceleratori, partnership con enti pubblici e programmi per startup.

Il risultato è una forma di pianificazione privata della transizione, in cui decisioni cruciali su dati, modelli e infrastrutture vengono prese da imprese non elette, orientate alla crescita dei propri ricavi e della propria sfera di influenza. Per Rikap e Weko, una transizione giusta richiede invece istituzioni pubbliche e democratiche capaci di pianificare, investire e mantenere controllo sulle infrastrutture digitali essenziali.

Una tema che chiama in causa l’Ue

La questione riguarda direttamente anche l’Europa. Se la doppia transizione resta agganciata a tecnologie proprietarie extraeuropee, la sostenibilità rischia di aumentare la dipendenza industriale e digitale del continente. La sovranità ambientale passa quindi anche dalla sovranità sui dati, sulle infrastrutture cloud, sulla capacità computazionale e sulle competenze necessarie a interpretare i sistemi complessi.

Il paper chiude con un messaggio forte: una transizione orchestrata dalle nuvole delle Big Tech può diventare un vicolo cieco Non perché il digitale sia irrilevante, ma perché senza controllo pubblico e senza alternative aperte, il digitale può trasformare la crisi climatica in un nuovo spazio di accumulazione privata. La sfida non è scegliere tra tecnologia e sostenibilità ma decidere chi governa la tecnologia, con quali finalità e a beneficio di chi.

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