La sfida del 5G? Preservare gli investimenti sul 4G (e non solo)

Il 5G non soppianterà le tecnologie radio passate, dal 2G al 4G su cui gli operatori europei scommettono oggi, ma le unirà sotto lo stesso ombrello. Ogni standard dovrà avere i suoi casi d’uso: il numero uno per il 5G è la Internet of Things

18 Dic 2015

Patrizia Licata

Mentre i paesi nel mondo continuano a investire nel 4G, i visionari dell’industria telecom e gli organismi che definiscono standard già guardano alla tecnologia mobile di prossima generazione, il 5G. Ma perché il 5G porti i benefici attesi, nelle applicazioni industriali come nella vita comune delle persone, è necessario risolvere le difficoltà che già oggi si presentano sulle architetture di rete e disegnare precisi casi d’uso.

La sfida per lo standard mobile del prossimo futuro sarà infatti quella di far funzionare e permettere la gestione di reti che sono sempre più complesse e dove la densità di utenti e l’utilizzo dei dati sono intensivi. La difficoltà centrale sta nel fatto che, anche nel momento in cui il 5G sarà realtà, le reti continueranno a comprendere tecnologie e interfacce radio diverse: nel 2020 nemmeno il 2G, e tanto meno il 3G e il 4G, saranno superati e sostituiti completamente dal 5G a livello mondiale. Tutte le tecnologie di rete mobile dovranno convivere, in misura diversa a seconda della maturità dei diversi paesi in fatto di sviluppo delle loro reti mobili. Per esempio, in Europa occidentale oggi gli operatori stanno facendo grandi investimenti nel 4G ed è ragionevole pensare che, dopo le ingenti risorse messe in campo, non abbandoneranno il 4G nel 2020 per rimpiazzarlo col 5G.

L’obiettivo del 5G deve essere dunque quello di permettere agli operatori di massimizzare i loro investimenti, anche precedenti, in reti mobili, aprendo al tempo stesso le porte a nuovi casi d’uso.

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Secondo alcuni osservatori, la gestione efficiente delle varie reti appartenenti a generazioni differenti richiede che le telecomunicazioni del futuro abbraccino un ambiente HetNet (reti eterogenee) e riescano a far convergere tecnologie di accesso radio preesistenti sotto lo stesso ombrello, quello del 5G. In questo modo, sottolinea in un commento Telecomlead, i service provider potranno gestire le loro reti più facilmente e con meno dispendio di risorse finanziarie perché avranno a che fare solo con l’unificata rete 5G anziché dover gestire un mix, non sempre coerente, di reti 2G, 3G, 4G, 5G.

E siccome attualmente l’unico consenso raggiunto sul 5G è quello sui casi d’uso, l’interpretazione HetNet del 5G dovrebbe essere guidata da tali casi d’uso in cui le diverse tecnologie di rete vengono impiegate in situazioni diverse.

Secondo la più recente visione delineata dal 5GPP, per il 5G specificamente i casi d’uso fondamentali sono tre: i servizi mission critical (che fanno capo ai governi e alle loro istituzioni), la coerenza della user experience (i diversi mercati usano tecnologie diverse e un approccio unificato al 5G dovrebbe garantire una mobilità seamless per gli utenti e ridurre gli investimenti per gli operatori), e la Internet of Things. In quest’ultimo settore, secondo gli analisti, la chiave è l’utilizzo efficace dello spettro: la IoT è uno dei grandi use case del 5G (lo afferma anche la NGMN Alliance) ma introdurlo solo come nuova tecnologia di accesso radio non consente un utilizzo efficiente dello spettro perché costringerebbe utenti e macchine a comunicare con la stessa interfaccia radio, provocando congestione e peggiorando le prestazioni della rete; invece, unificando le tecnologie esistenti sotto l’ombrello del 5G, la IoT riuscirebbe a usare anche reti oggi non più molto sfruttate, come il 2G. “Il 5G mette tutto insieme”, commentano gli analisti di Signals Research. “C’è però una grande novità: i meccanismi di controllo ora si trovano nel dominio del service provider 5G“.