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LO STUDIO

Lavoro 4.0, smart working la chiave per governare il cambiamento

Superare il concetto di orario di lavoro per mettere al centro gli obiettivi e riclassificare le mansioni per valorizzare le skill digitali. Gig economy: tutela della persona oltre i contratti per andare oltre la contrapposizione tra lavoro autonomo e dipendente. Ecco le proposte di Adapt e Assolombarda

17 Mag 2018

Federica Meta

Giornalista

Superare il concetto di orario di lavoro in ottica smart working, immaginare nuove flessibilità contrattuali per mettere a frutto la trasformazione digitale e assicurare tutele ai lavoratori della gig economy. Sono alcune delle proposte riportate nello studio “Il futuro del lavoro” realizzato da Adapt per Assolombarda.

Lungi dall’ipotizzare uno scenario catastrofico, nel quale i robot cancelleranno le attività umane, lo studio prova ad immaginare uno scenario di profonda trasformazione composto da distruzione/trasformazione di vecchi lavori e creazioni di nuovi. Uno scenario in cui gli impatti principali si vedranno su quelle professioni e mestieri che muteranno, generando una nuova domanda di professionalità da parte delle imprese, nuovi modelli di organizzazione del lavoro ma anche di welfare.

Di fronte alla rivoluzione 4.0 diventa necessario avviare un processo di ripensamento dei sistemi di classificazione e inquadramento del personale, legando maggiormente mestieri e skill alla misurazione della produttività e quindi alla remunerazione. Una svolta soprattutto nelle realtà industriali dove i processi di automazione hanno inciso maggiormente sulla conformazione occupazionale, riducendo drasticamente le mansioni routinarie. Il tutto all’interno di un rafforzamento della contrattazione di prossimità.

In questo contesto, avvertono gli esperti di Adapt, diventa obsoleto anche il concetto di orario di lavoro, ancora oggi basato sui tempi di vita e lavoro della fabbrica fordista. Superare questo concetto significa, in pratica, mettere al centro della misurazione del valore creato il progetto e l’obiettivo e non più il tempo “lavorato”, ma nell’ottica di un diritto alla disconnessione riconosciuto dai contratti.

Contratti che devono andare verso una maggiore flessibilità. Non si tratta – spiega lo studio – di trovare forme contrattuali che stiano a metà tra lavoro autonomo e subordinato ma di individuare modelli che abilitino le parti a regolare nuove forme di lavoro: il riferimento è soprattutto ai professionisti del digitale che operano per vari datori di lavoro.

Lo studio si sofferma anche sulla gig economy e sulla necessità di garantire adeguate tutele per i lavoratori delle piattaforme online. In questo senso si potrebbero sperimentare regimi di tutela legati alla persona più che ai singoli contratti di lavoro, in modo da verificare gli spazi di progressivo superamento della vecchia contrapposizione tra lavoro autonomo e dipendente.

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