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SCENARI

Le big tech sotto scacco del fisco: le authority mondiali intensificano le indagini

Secondo un report di Baker McKenzie i colossi “Fortune 500” sempre più nel mirino delle autorità fiscali. Sotto osservazione i trasferimenti dei guadagni nei “paradisi”. Molte aziende stanno già optando per il patteggiamento ma Ue e Ocse potrebbero inasprire le regole

12 Set 2018

Patrizia Licata

giornalista

Le autorità fiscali internazionali hanno messo sotto la lente d’ingrandimento i guadagni e la relativa tassazione dei colossi statunitensi: in ballo ci sono, potenzialmente, 75 miliardi di dollari, che potrebbero finire in una nuova morsa fiscale. Lo afferma un’analisi condotta dalla società legale Baker McKenzie, che – riporta il Financial Times – ha condotto un sondaggio tra 150 aziende dell’indice Fortune 500. Gli esperti della law firm sottolineano l’approccio regolatorio sempre più severo nei confronti di elusione delle tasse e i big degli Stati Uniti sono le prime a finire sulla griglia. Tra le autorità più aggressive ci sono quelle dell’Unione europea, come ben sanno colossi quali Apple, Amazon, Google, eBay, ma non sono le uniche.

Baker McKenzie ha scoperto che, all’interno del campione del suo sondaggio, nove aziende su dieci stanno affrontando dispute fiscali, pari a 23 miliardi di dollari di fatturato attualmente sotto lo scrutinio del fisco di diversi paesi. Se lo stesso approccio fosse applicato all’intera lista di imprese nel Fortune 500 e in proporzioni simili, si arriva a 75 miliardi di dollari, pari al 7,5% degli utili totali delle aziende dell’indice che potrebbero finire tassati con aliquote ben più alte di quelle attuali.

Per Baker McKenzie questi dati portano alla luce il drastico “cambiamento nei controlli fiscali” condotti dalle autorità di tutto il mondo, sempre più decise a tassare con maggiore severità i guadagni delle multinazionali, soprattutto di alcuni settori, come economia digitale e hitech. Gli esperti dello studio legale sottolineano che le cifre emerse dal questionario sono “enormi, quasi spaventose” e che la pressione del fisco è “reale”.

Diversi colossi americani sono finiti nel mirino delle autorità fiscali per i sistemi di “elusione” basati su meccanismi, a volte molto complessi, di società collegate in cui vengono incanalati i guadagni e che hanno sede in paesi con regimi fiscali molto vantaggiosi – per l’Europa si tratta di paesi come Irlanda, Lussemburgo, Olanda.

Baker McKenzie ha rilevato che il meccanismo del price transfer – transazioni internazionali che trasferiscono le revenues verso giurisdizioni con regimi fiscali vantaggiosi – è il più contestato dalle autorità fiscali internazionali per le aziende del Fortune 500: molte hanno ricevuto richieste dalle autorità competenti di chiarire dove effettivamente i guadagni vengono generati e di fornire una valutazione dei loro asset.

Molte aziende cercano al momento di risolvere le dispute fuori dai tribunali con accordi col fisco chiamati “negotiated settlements“, ma diversi paesi e la Commissione europea lavorano per definire un nuovo set di regole e aliquote, come dimostrano le discussioni  – benché complesse e con diversi paesi contro – in corso in Europa sulla web tax nel caso dei colossi del digitale. Sia l’esecutivo Ue che alcuni dei maggiori paesi europei, tra cui Italia e Francia, vogliono trovare uno schema di tassazione subito su scala comunitaria, per proseguire poi le trattative in seno all’Ocse per una soluzione condivisa su scala globale.

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