OPERATORI DI RETE

Le frequenze? Non più alle emittenti. Così cambia l’Italia delle Tv

Titolarità delle frequenze in capo agli operatori di rete e non più ai broadcaster: per loro l’asset ora diventa la capacità trasmissiva. Le novità in nuce nello schema di provvedimento che affida il servizio pubblico alla Rai. Una “chiave” per liberare la banda 700 Mhz in modo indolore?

14 Mar 2017

Il futuro contratto di servizio Rai potrebbe fare da apripista a un nuovo modello per il mercato Tv italiano, allineandolo ai sistemi già adottati negli altri Paesi europei. Non solo: potrebbe contenere anche la chiave di volta per una soluzione indolore della liberazione della banda 700 Mhz delle frequenze richiesta per lo sviluppo dello standard 5G nelle Tlc mobili. Lo schema del provvedimento che affida il servizio pubblico alla Rai – è stato approvato venerdì dal consiglio dei ministri – fa “sparire” la parola frequenze, come scritto da Affari&Finanza della Repubblica: all’articolo 7 si dice che “il Ministero dello sviluppo economico assegna alla società concessionaria la capacità trasmissiva necessaria, anche al fine di consentire la diffusione dei contenuti di fornitori in ambito locale e nazionale, secondo quanto previsto dal contratto nazionale di servizio”.

La novità sta nel termine “capacità trasmissiva” che diventa nuovo paradigma spianando la strada alla creazione dell’operatore unico di rete (cui verranno assegnate le frequenze) e all’accelerazione della competizione sui contenuti fra broadcaster che potranno contare non più sull’asset frequenziale, ma su quello della capacità trasmissiva, affittata dall’operatore di rete.

Una svolta storica per l’Italia, in qualche modo, caratterizzata da operatori integrati verticalmente: finora il broadcaster si è identificato con la propria piattaforma di distribuzione esercitando un controllo diretto sulle “proprie” frequenze: al contrario, come già accade altrove, ora si punta anche per il nostro Paese verso una netta distinzione fra chi produce capacità trasmissiva – gli operatori di rete – e chi la utilizza su ogni possibile piattaforma di distribuzione. In Francia l’operatore di rete è Tdf, in Spagna Cellnex, in Inghilterra Arqiva: tutte figure giuridicamente ed economicamente indipendenti e spesso monopoliste sul mercato.

La svolta ricalca in grande scala l’operazione effettuata nel 2015 dal governo per le Tv locali per liberare le frequenze che interferivano con l’estero. In quell’occasione un decreto ha predisposto un sistema di “rottamazione” frequenze che puntava a favorire i consorzi tra emittenti. La “manovra” prevedeva una doppia gara: quella per operatori di rete (per assegnare il diritto d’uso delle frequenze), e quella per i fornitori di contenuti (per il diritto a trasmettere contenuti su quella porzione di spettro). “Un passo decisivo verso la separazione operatori di rete-fornitori di contenuti” aveva commentato Antonello Giacomelli, sottosegretario al Mise con delega alle Comunicazioni.

Lo stesso percorso potrebbe aprirsi ora per l’intero mercato italiano. La riconfigurazione dello scenario passerebbe da una gara aperta agli operatori di rete (o da un’assegnazione in caso di operatore unico) per le frequenze. E da una seconda gara rivolta ai fornitori di contenuti per ottenere i diritti d’uso della capacità trasmissiva generata dall’operatore di rete. Le tariffe dei vari “blocchi” di capacità diventerebbero predeterminati secondo precise valutazioni.

Il nuovo paradigma contiene però indicazioni anche per la liberazione della banda 700 Mhz che dovrà essere conclusa entro il 2022. Offrendo agli operatori che nel corso dello “switch off” dovranno rinunciare a parte delle frequenze, pur detenendo i diritti d’uso fino al 2032, la possibilità di ottenere una valutazione del “mancato business” in termini di capacità trasmissiva. Potrebbe dunque aprirsi un periodo “a doppio binario”: in cui chi detiene frequenze è allo stesso tempo fornitore di contenuti.

Intanto si fa strada l’ipotesi di accelerare sulla gara per la frequenze 3,4-3,8 Ghz dal quale il governo si aspetta di incassare 2,5 miliardi.