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SCENARI

Le reti 2G sul viale del tramonto, ma le telco non vogliono mollare l’osso

L’accoppiata 4G-5G manderà in pensione le “vecchie” infrastrutture ma molti operatori cercano di bilanciare i costi di mantenimento con i nuovi investimenti. La rivoluzione IoT potrebbe dare una spinta

24 Ott 2016

Antonio Dini

Se ne parla da anni e le voci si contraddicono: quando verranno spente le reti 2G, avviate in Finlandia per la prima volta 25 anni fa? Dopo un quarto di secolo, secondo i vertici di Qualcomm riuniti a Hong Kong per parlare del futuro delle telecomunicazioni senza fili, manca poco, come spiega il Cto dell’azienda a CorCom, Matt Grob. E, aggiunge il presidente Qualcomm Emea, l’italiano Enrico Salvatori, la coppia 4G-5G chiuderà definitivamente il capitolo delle vecchie reti digitali, tecnologie obsolete e complesse ma capillarmente diffuse che gli operatori non si fidano a lasciare per paura di perdere clienti e servizi.

Qual è la situazione oggi per il “phase out” del 2G? L’americana At&t vorrebbe chiudere le reti entro la fine del 2016 per passare le frequenze ad altri servizi, mentre T-Mobile ha detto che le utilizzerà fino al 2020. In Australia Telsa vuole chiuderle per il 2016, mentre Swisscom le manterrà “almeno fino al 2021” e la canadese Rogers Wireless fino al 2018. Tutti gli altri sono a metà del guado: molti operatori anche importanti sono alla finestra e rivedono i propri piani, senza anticipare i tempi e cercando di bilanciare i costi di mantenimento con gli investimenti da fare per sostituire le aree coperte solo dal 2G e limitare i danni di perdita di guadagni ad esempio dagli accordi di roaming.

“Oggi però – spiega Matt Grob, Cto di Qualcomm Technologies a margine del convegno organizzato dall’azienda a Hong Kong – in realtà la maggior parte del traffico 2G ha assunto una forma molto particolare”. La rete che utilizza come modalità di trasmissioni dati il Gprs o il sistema Edge è infatti usata principalmente per le comunicazioni tra M2M, “machine to machine”, cioè tra sistemi digitali di comunicazione. Dai Pos dei bancomat ai sistemi di controllo a distanza di impianti industriali, antifurto, meccanismi di gestione delle centraline nel settore automotive sia per automobili che per veicoli industriali. Milioni di punti di comunicazione in cui serve non tanto la velocità quanto la capillarità del servizio e il bassissimo consumo.

Ci sono cioè impianti che utilizzano per il controllo a distanza modem Gprs da pochi Kilobit al secondo, alimentati però con batterie a secco che durano anni. E dietro queste soluzioni ci sono interi settori industriali che non vogliono “mollare” se non a condizione di avere un sistema altrettanto efficiente.

Gli stessi operatori non desiderano abbandonare il meccanismo del 2G come base per la trasmissione dati perché questo consente di utilizzare torri e antenne dal costo molto più basso. Gli svantaggi? Ad esempio l’indisponibilità per altri usi di fette preziose di spetto e il maggior consumo nelle reti 3G e 4G perché sia la parte voce che quella dati sono costantemente spostate avanti e indietro quando la copertura del 2G risulta più presente di quella delle altre.

“Tutto questo sta per cambiare grazie alle nuove tecnologie che presentiamo in questi giorni”, spiega Grob. La visione di lungo termine è quella di città smart, di apparecchi smart, di indossabili smart. Ma accanto alle velocità super del 5G che consente di avere risultati spettacolari in termini di banda passante (dai 6 Gigabits al secondo in su) o anche del 4G potenziato (1 Gigabit al secondo, nel nostro Paese TIM-Telecom Italia ha appena annunciato di aver iniziato le sperimentazioni), c’è anche un’altra novità che in parte è sfuggita alla maggior parte degli osservatori.

“I nostri nuovi modem 4G per il M2M – dice Cristiano Amon, vicepresidente esecutivo di Qualcomm Technologies e presidente di Qct – e in prospettiva quelli per il 5G sono pensati per offrire soluzioni di trasmissioni dati in ambito industriale con bassissimo consumo, bassissimo uso di banda passante e invio di pochi dati per lunghi periodi. Saranno il cuore degli impianti industriali e di buona parte della IoT lontana dal WiFi. E saranno il singolo fattore che permetterà di chiudere definitivamente il capitolo della reti 2G, rendendole finalmente obsolete”.

Accanto alla corsa all’altissima definizione video, ai servizi di streaming dati e di accesso alle informazioni in pochi secondi, c’è anche la corsa alla connessione di apparecchi che non hanno bisogno di tanta banda ma che non possono basarsi sul solo WiFi e Bluetooth. Servono reti del futuro: il 5G di sicuro nei punti a maggiore densità, e il 4G potenziato per tutto il resto del territorio. Le due tecnologie andranno insieme per costituire un unico servizio, secondo Qualcomm, e nella Internet delle cose avranno un ruolo chiave.

Negli ultimi venti anni – dice Amon – è stato connesso il 5% degli oggetti connettibili alla rete. “Nei prossimi 5-7 anni verrà connesso il restante 95%. Moltissimo passerà dalle reti mobili”.

Il narrowband 5G arriva con una serie molto ampia di soluzioni a velocità diverse e per impieghi diversi, tutti basati però sulla densità di trasmissioni delle reti 4G e 5G. Lte Cat. NB1 con decine di kilobit al secondo su fette di spettro di 200 KHz, e anche sistemi 5G a bassissimo consumo, da utilizzare in servizi mission critical a bassa latenza e con canali super robusti.

Enrico Salvatori, presidente di Qualcomm Technologies Emea spiega a CorCom a margine dell’incontro di Hong Kong che «il nostro obiettivo è accelerare lo sviluppo di tutte le specifiche per il 4G e 5G anche attraverso il 3GPP offrendo una serie di soluzioni diverse. Ci aspettiamo di veder migrare molte soluzioni esistenti oggi al 4G senza aspettare il 5G, ma il grosso sarà fatto con il 5G che chiuderà definitivamente la partita”. Cioè arriveremo alla fine della rete 2G, la “base” del servizio di telefonia cellulare che da un quarto di secolo connette più di 200 Paesi e territori in tutto il mondo. Sarà una vera rivoluzione.

Intanto, come riportano Bloomberg e Cnbc, Qualcomm in queste ore sta siglando l’accordo per acquisire NXP, colosso del silicio nel settore automotive. L’acquisto, originariamente valutato attorno ai 120 dollari per azione, sarebbe stato concluso a un valore di 110 dollari, parti a poco meno di 40 miliardi di dollari. In questo modo, se l’accordo dovesse passare il vaglio delle autorità antitrust statunitensi, europee ed asiatiche, il colosso di Santa Clara che ha una posizione prominente nei chip per la telefonia mobile e della Internet of Things, entrerebbe decisamente anche nel settore automotive, in costante crescita negli ultimi cinque anni.

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