L'OSSERVATORIO POLIMI

Lo smart working tiene nonostante il caro-bollette. Lavoratori a quota 3,6 milioni

Il numero di addetti scende di 500mila unità ma soprattutto per effetto del rientro in ufficio dei dipendenti pubblici e di quelli delle Pmi. Il vantaggio economico delle attività da remoto è ancora cospicuo. Mariano Corso: “Ora avanti sulla riorganizzazione”

20 Ott 2022

Lorenzo Forlani

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Lo smart working continua a riscuotere successo tra i lavoratori italiani e malgrado i maxi rialzi delle bollette il lavoro in remoto consente ancora un risparmio annuo di almeno 600 euro. La fotigrafia è scattata della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Smart Working: Il lavoro del futuro al bivio”.

Nel 2022 in Italia è diminuito di quasi 500 mila unità il numero di persone che lavorano in modalità remota rispetto al 2021. Sono oggi 3,6 milioni i lavoratori in smartworking, un numero che sconta un calo nella Pubblica amministrazione – dove la diffusione dello smartworking è passata dal 67% al 57% degli Enti, con in media 8 giorni di lavoro da remoto al mese – e nelle Pmi – dove lo Smart Working è passato dal 53% al 48% delle realtà, in media per circa 4,5 giorni al mese – ed un aumento nelle grandi imprese, che con 1,84 milioni di lavoratori, contano circa metà degli smart worker complessivi.

I freni alla diffusione nella Pa e nelle Pmi

Lo Smart Working è ormai presente nel 91% delle grandi imprese italiane (era l’81% nel 2021), mediamente con 9,5 giorni di lavoro da remoto al mese e progetti che quasi sempre agiscono su tutte le leve che caratterizzano questo modello. A subire una frenata, all’interno delle Pmi, è la cultura organizzativa che privilegia il controllo della presenza, e che percepisce lo Smart Working come una soluzione di emergenza. Nel caso invece della Pa, a pesare sono soprattutto le disposizioni del precedente Governo, che hanno spinto a riportare in presenza la prestazione di lavoro, ma per il futuro si prevede un nuovo aumento. Per il prossimo anno si prevede infatti una crescita complessiva degli smart workers fino a 3,63 milioni, grazie al consolidamento dei modelli di Smart Working nelle grandi imprese e proprio ad un’ipotesi di incremento nel settore pubblico.

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Diminuzione dei costi energetici e di trasporto

L’impatto dello Smart Working è sempre più positivo per effetto dell’aumento dei costi energetici: un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto risparmia in media circa 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto. Nella stessa ipotesi di due giorni alla settimana di lavoro da remoto, l’aumento dei costi dei consumi domestici di luce e gas può incidere però per 400 euro l’anno riducendo il risparmio complessivo a una media di 600 euro l’anno. 

Lo Smart Working consente una riduzione dei costi potenzialmente più significativa per le aziende: consentire ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per 2 giorni a settimana permette di ottimizzare l’utilizzo degli spazi isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore.

Risparmio derivante da Smart Working utile a fronteggiare la crisi

“La diffusione delle iniziative di Smart Working negli ultimi due anni ha portato numerose organizzazioni e persone a confrontarsi con un modo di lavorare radicalmente diverso rispetto a quello adottato prima della pandemia – ha spiegato Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working. “Spesso, tuttavia, l’applicazione delle nuove modalità di lavoro si è concretizzata con l’introduzione del solo lavoro da remoto, che ha consentito di gestire le emergenze e supportare il work-life balance delle persone, ma che non rappresenta un ripensamento del modello di organizzazione del lavoro. È il momento di riflettere su cosa sia il ‘vero Smart Working’, che deve essere l’occasione per attuare un cambiamento più profondo, incentrato sul lavoro per obiettivi e una digitalizzazione intelligente delle attività”, ha concluso.

“Nel complesso lo Smart Working comporta una generale riduzione dei costi sia per i lavoratori sia per le aziende che lo adottano – ha detto Fiorella Crespi, Direttrice dell’Osservatorio Smart Working. “In questo momento di grave tensione su costi energetici e inflazione, questo risparmio potrebbe essere impiegato per fronteggiare la crisi e sostenere la redditività aziendale e il potere d’acquisto dei lavoratori. Le organizzazioni potrebbero valutare di restituire ai lavoratori una parte del risparmio ottenuto, ma nella nostra rilevazione oggi solo il 13% delle aziende del campione prevede per i lavoratori che lavorano da remoto dei bonus o rimborsi che non siano buoni pasto”.

I benefici ambientali dello Smart Working

L’applicazione dello Smart Working permette anche di ottenere benefici a livello ambientale riducendo le emissioni di CO2 di circa 450 Kg annui per persona. Questo è il risultato di tre componenti su base annua: la riduzione degli spostamenti, che permette il risparmio di 350 Kg di CO2, le emissioni risparmiate nelle sedi delle organizzazioni che hanno introdotto lo Smart Working (pari a circa 400 Kg di CO2) al netto delle emissioni addizionali dovute al lavoro dalla propria abitazione (in media circa 300 Kg di CO2). Considerando il numero degli smart worker attuali pari a 3.570.000 di lavoratori, l’impatto a livello di sistema Paese calcolate sarebbe pari a 1.500.000 Ton annue di CO2. Tale quantità è pari a quella assorbita da una superficie boschiva di estensione pari a circa 8 volte quella del comune di Milano.

Necessità di ripensare gli ambienti di lavoro

L’esperienza forzata del lavoro lontano dall’ufficio e la volontà di favorire il rientro, anche se parziale, delle persone nelle sedi ha accresciuto nelle organizzazioni la consapevolezza di dover realizzare azioni sugli spazi di lavoro per creare ambienti che motivino e diano un senso al lavoro in ufficio, supportando in modo efficace le attività che più si prestano a essere svolte in questo contesto. Il 52% delle grandi imprese, il 30 % delle Pmi e il 25% della PA ha già effettuato degli interventi di modifica degli ambienti o lo sta facendo in questi mesi. In prospettiva futura queste iniziative sono previste o in fase di valutazione nel 26% delle grandi imprese, nel 21% delle PA e nel 14% delle Pmi.

Il ripensamento degli spazi che sappia tener conto del diverso modo di lavorare delle persone rispetto al pre-pandemia è fondamentale per favorire il rientro in ufficio che, nel 68% delle grandi imprese e nel 45% delle Pa, ha incontrato resistenze da parte delle persone. L’evoluzione futura dei modelli di Smart Working prevede sostanzialmente lo stesso numero di giorni da remoto di quelli attuali. Ma si prevedono nuovi modelli di workplace con “spazi identitari” e finalizzati a favorire la collaborazione e l’interazione con colleghi e stakeholder prima ancora che il lavoro individuale, oltre che da una maggiore diffusione e capillarità di sedi sul territorio anche con l’utilizzo di ambienti terzi come business center e spazi di coworking.

I tre profili di lavoratori, a seconda della modalità adottata

In base alla modalità di lavoro adottata, è possibile identificare tre profili di lavoratori: on-site worker, che lavorano stabilmente presso la sede di lavoro, lavoratori remote non smart, che hanno la possibilità di lavorare da remoto ma non altre forme di flessibilità, e smart worker, che hanno flessibilità sia di luogo sia oraria e lavorano secondo una logica orientata agli obiettivi. Analizzando il benessere dei lavoratori sia dal punto di vista psicologico che relazionale, gli smart worker hanno migliori risultati sia rispetto agli on-site worker sia ai lavoratori remote non smart. Questi ultimi mostrano livelli di benessere più bassi non solo rispetto agli smart worker, ma su molte dimensioni anche rispetto ai lavoratori on-site, che non hanno la possibilità di lavorare da remoto.

Smart Workers hanno livelli di benessere più elevati
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La sola possibilità di lavorare da remoto, se non accompagnata da un’opportuna revisione del modello organizzativo, non dà benefici ai lavoratori in termini di benessere ed engagement. I lavoratori che manifestano i livelli più elevati di benessere sono infatti gli smart worker, tra i quali il 13% risulta pienamente ingaggiato, mentre i lavoratori remote non smart privi di flessibilità ulteriori oltre a quelle di luogo di lavoro, risultano avere minore benessere e un livello di engagement molto basso (6%), inferiore non solo ai veri smart worker, ma anche ai lavoratori on-site (12%). Il solo lavoro da remoto, cioè, se non inserito in una cornice più ampia di flessibilità e revisione dei processi, non porta benefici né a livello personale né organizzativo, ma può invece condurre a esiti più negativi persino rispetto a chi non ha alcuna forma di flessibilità come i lavoratori on-site.

Secondo l’Osservatorio, chi ha applicato lo Smart Working in modo emergenziale durante la pandemia deve essere consapevole che, se tornare indietro a un modello tradizionale di lavoro on-site può risultare difficile o impopolare, fermarsi a una applicazione superficiale, senza un’evoluzione coerente del modello organizzativo e manageriale che preveda una crescita di autonomia nella gestione degli orari e nel lavoro per obiettivi, rischia di non far ottenere benefici di miglioramento di produttività e benessere, e addirittura peggiorare la situazione rispetto a una condizione tradizionale di lavoro on-site.

Gli Smart Working Awards 2022

In occasione del convegno, sono stati assegnati gli “Smart Working Award” 2022, il riconoscimento dell’Osservatorio alle organizzazioni che si sono distinte per capacità di innovare le modalità di lavoro grazie ai loro progetti di Smart Working. Baker Hughes è il vincitore dello “Smart Working Award 2022” fra le grandi impreseStoreis ha ritirato il premio fra le Pmi, e la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricevuto il riconoscimento nella categoria Pa.

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