Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Maiorano: “Ridurre il digital divide nell’agroalimentare”

Il presidente di Confagricoltura giovani: “Aziende agricole in cerca di nuovo modello di business. Al via workshop dedicati e iniziative per diffondere l’utilizzo dell’e-commerce. Ma la strada è ancora lunga e piena di ostacoli”

27 Apr 2015

Flavia Gamberale

L’effetto Expo sta sicuramente facendo aumentare l’interesse verso il Food, ma, se si guarda ai dati nudi a crudi, ad oggi le startup agro-alimentari hanno ancora un peso marginale nel sistema economico italiano. Secondo il ministero dello Sviluppo economico, a dicembre dello scorso anno delle 3.179 startup innovative iscritte nella sezione speciale del registro imprese, solo 11 erano attive nel comparto agricolo. Insomma, di strada da fare affinché il business decolli ce n’è ancora molta. “In questi anni, purtroppo, non è stata realizzata una grande campagna di promozione del settore”, spiega Raffaele Maiorano, Presidente di Confagricoltura giovani.
Ma qualche spiraglio s’intravede. “Ultimamente di passi avanti ne sono stati fatti: attraverso i decreti Campo libero e Ismea, sono state introdotte novità interessanti, che potranno andare a beneficio di quei giovani intenzionati a fare impresa nel settore. Speriamo, però, che non ci siano lungaggini burocratiche e che vengano presto emanati tutti i decreti attuativi dei due provvedimenti”. Poi c’è il capitolo Expo. “Non sarà solo una vetrina, ma anche un’occasione per creare dibattito su nuovi modelli di business sostenibili per le aziende agricole”.
Presidente, finora le startup italiane hanno investito poco nel settore agro alimentare. Come mai?
È difficile essere una startup agricola in Italia. Se non si ha alle spalle un’azienda già avviata, ci si scontra con diverse difficoltà: il costo della terra elevato e l’accesso al credito arduo. Inoltre, il ritorno sull’investimento in questo comparto è molto complicato. Poi qui c’è una cultura del consumo e dell’impresa che lascia poco campo all’innovazione. L’e-commerce stenta a svilupparsi perché il consumatore tende a preferire l’acquisto al negozio dietro casa. Noi stiamo lavorando molto per realizzare un cambiamento culturale.
In che modo?
Abbiamo, ad esempio, avviato un percorso che si chiama “Filiere intelligenti”, una serie di workshop sui territori dove cerchiamo di dare strumenti utili, in termini di formazione e aggiornamento, a chi vuole aprire un’impresa in questo settore, cercando di fare rete. Poi c’è “Food made in”, la nostra piattaforma e-commerce a cui sono affiliate circa 170 aziende, che attraverso questo canale possono vendere i loro prodotti agricoli di qualità. In questo modo si cerca di dare ai nostri associati un servizio al passo con i tempi. Così, inoltre, favoriamo culture di consumo innovative, che in questo settore stentano ancora a radicarsi. L’e-commerce ci aiuta ad abbattere una serie di pregiudizi sulla presunta maggiore appetibilità dei prodotti a kilometri zero.
Qual è il tasso di mortalità delle startup agroalimentari?
Meno elevato di quanto si pensi. Il problema però nel nostro settore non è tanto questo, quanto riuscire a fare reddito e a mettere in piedi attività di un certo spessore economico. In altre parole, la difficoltà consiste nel far progredire il business. L’ultimo decreto dell’Ismea, che concede credito agevolato ai giovani under 40 che hanno già contratto finanziamenti nel settore, rappresenta sicuramente un’opportunità. Così s’incentiva lo sviluppo delle imprese già avviate e le si aiuta in qualche modo a crescere.
Siete soddisfatti delle politiche governative?
Vorremmo che si facesse qualcosa di più per alleggerire la pressione fiscale e per accorciare le lungaggini burocratiche. Abbiamo invece trovato molto valida la norma del Decreto Campo libero, scritta dalla senatrice Bertuzzi su proposta di Confagricoltura, che ha introdotto le società di affiancamento, nuove forme societarie che consentono a un giovane under 40 di affiancarsi a un imprenditore agricolo over 65 con una propria attività già avviata, ma nessuno a cui lasciarla. Al giovane vengono concessi una serie di vantaggi e agevolazioni, nel caso in cui rilevi l’azienda dell’over 65. In questo modo chi vuole avviare un proprio business risparmia sul costo della terra e al tempo stesso non viene disperso il patrimonio aziendale di chi magari va in pensione e non ha eredi naturali. L’iniziativa è molto buona. Adesso aspettiamo i decreti attuativi.
L’Italia può essere considerata un mercato interessante per le startup del settore?
Purtroppo ad oggi i mercati interessanti sono altri. In Italia, paradossalmente, i consumatori tendono ad apprezzare meno i prodotti di qualità. L’agricoltura deve tornare a essere un settore di primaria importanza.
Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere una startup alimentare per essere competitiva?
Deve sapersi adattare alle esigenze del mercato e creare liquidità. Per questo è molto importante che l’imprenditore abbia una visione globale e che sappia utilizzare in maniera intelligente le piattaforme 2.0. Tuttavia, a volte le startup hanno un altro problema: sono all’avanguardia da un punto di vista tecnologico, ma non sanno dialogare con le aziende tradizionali. E questo è un handicap su cui bisogna lavorare.