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Mannoni: “Reti, centrale il ruolo delle Authority locali”

L’ex commissario Agcom e docente di Comunicazioni elettroniche: “Serve una dialettica fra gli orientamenti
della Commissione e la situazione dei vari Paesi”

17 Dic 2014

Alessandro Longo

È un momento storico in cui le regole della rete sono diventate di attualità e accendono gli animi, in Europa e negli Stati Uniti. “E noi europei dobbiamo stare attenti a non finire come gli Stati Uniti, dove la banda larga costa tanto ed è meno veloce rispetto all’Europa”. Stefano Mannoni, commissario dell’Agcom fino al 2012, insegna diritto delle Comunicazioni elettroniche all’Università di Firenze. Ha pubblicato a settembre La regolazione delle comunicazioni elettroniche, per il Mulino.

Mannoni, è un momento speciale per parlare di regole di tlc. Fino a ieri argomento per pochi, adesso è quasi “pop”… Negli Usa il presidente Obama ha preso una posizione forte a favore della net neutrality, convincendo l’Fcc a rimandare di un anno le nuove regole contestate.
Quella di Obama è una posizione giusta. La concorrenza sull’accesso negli Usa, a differenza dell’Europa, è un disastro; la regolamentazione ha fallito. A maggior ragione quindi è importante in America la battaglia sulla neutralità della rete. Sia per il valore intrinseco, a favore dei diritti degli utenti e dell’innovazione, sia anche come antidoto alle lacune della concorrenza.

Ci spieghi meglio questo passaggio.
Molto semplice. In Europa abbiamo sentito il tema della neutralità molto meno che negli Usa, perché da noi c’è una concorrenza sull’accesso molto vivace. L’utente può sempre cambiare operatore con facilità, se il proprio pecca di scarsa neutralità. Negli Usa no: il mercato è molto concentrato e sono fortunati già gli utenti che possono scegliere tra due operatori internet. È forte il rischio quindi che non ci siano alternative a operatori poco neutrali.

Ma anche la normativa Ue al momento si è orientata a favore della net neutrality. Una buona scelta, nonostante la situazione concorrenziale sia diversa dagli Usa?
Sì, è sacrosanto il pacchetto Single Market dove il Parlamento europeo ha fissato i principi della neutralità della rete. In quest’ambito al momento non c’è una emergenza, in Europa, ma il nodo verrà al pettine presto. Precisamente quando le grandi telco si trasformeranno in fornitrici di contenuti e servizi, per esempio di intrattenimento, di film. È nei servizi a valore aggiunto il futuro dei profitti, per le Tlc. A quel punto si apprezzerà il vantaggio di avere regole di net neutrality che impediranno alle telco di compiere discriminazione contro fornitori terzi. L’industria tlc sta provando a passare a un modello internet top down, diretto dall’alto. Invece dovremmo tutelare quello bottom up, che finora ha caratterizzato internet.

Il pacchetto Single Market consente agli operatori di dare qualità garantita solo su servizi specializzati, che non siano internet. È d’accordo?
Sì: ci deve essere la libertà commerciale di offrire servizi specializzati a qualità garantita. A patto però che questi servizi non degradino quelli normali di internet. È un principio scritto con chiarezza nella nuova normativa. Bisogna parare il rischio che gli utenti siano spinti a migrare sui servizi specializzati, che di fatto diventerebbero la nuova internet. E sarebbe una internet diretta dall’alto dagli operatori, in accordo con i grossi Ott, cioè i soli fornitori in grado di pagare per l’accesso veloce. Equivarrebbe a tagliare la strada ai nuovi entranti.
Ma in Europa si respira un clima diverso con la nuova Commissione. Il commissario alla Digital Economy, Günther Oettinger, ha già detto che bisogna spingere sulla deregolamentazione, in certi ambiti, per rilanciare gli investimenti.
Credo che la Commissione debba muoversi con molta prudenza, appunto guardando agli Stati Uniti come qualcosa che non si debba fare. Finora le regole europee sono state un grande successo, a favore dei consumatori, per prezzi e qualità del servizio. Non vedo una correlazione tra riduzione della concorrenza e aumento degli investimenti. È vero che prezzi di accesso troppo bassi scoraggiano l’incumbent a investire a fare manutenzione… e certo non incentivano gli investimenti degli alternativi. Il primo passo però è trovare una soluzione ideale, che tenga conto dei diversi equilibri.

E quale sarebbe?
Servono un contesto regolamentare e soluzioni tecnologiche propizie alla nascita di reti alternative. Si può partire dall’apertura del cabinet dell’incumbent. In questo modo possiamo incentivare lo sviluppo della fibra, concorrenza e investimenti. Serve una dialettica tra orientamenti della Commissione e la situazione specifica dei diversi Paesi, con la mediazione delle autorità di settore. Evitiamo soluzioni drastiche pensate per andare bene in tutti i contesti. Credo infatti che le dinamiche di regolamentazione europea siano più complesse di quanto si possa credere dagli annunci di Oettinger. Oltre alle indicazioni della Commissione, contano il Parlamento europeo e il quadro regolamentare dei singoli Stati. Ecco perché credo che quando la Commissione andrà a declinare formalmente le nuove proposte, sarà più misurata rispetto agli ultimi annunci mediatici.

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