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DIGITAL GOV

Masiero: “Governare l’economia digitale è la sfida Paese”

Il ritorno alla crescita è strettamente collegato alle tecnologie “disruptive”. L’Internet of Things una chance per il recupero concreto della produttività del sistema industriale italiano. Se ne discuterà a Roma, il 26 e 27 novembre, in occasione della terza edizione del Digital Government Summit

17 Nov 2014

Roberto Masiero, presidente The Innovation Group

La rapida diffusione delle tecnologie digitali apre enormi opportunità, ma anche scenari di profonda trasformazione e nuove sfide al governo dell’economia.
La terza edizione del Digital Government Summit, che si terrà a Roma il 26/27 novembre 2014, si focalizzerà sul governo dell’Economia Digitale, a partire da alcuni temi che sintetizziamo qui di seguito:


Rapporto tra diffusione delle nuove tecnologie “disruptive” e ritorno alla crescita.
La diffusione delle nuove tecnologie Ict, e in particolare l’estensione di Internet dal mondo dei dati e delle persone a quello dei processi e degli oggetti, può consentire maggiori incrementi di produttività e il ritorno delle nostre economie ad alti tassi di crescita? La tesi che si intende proporre è la seguente: da una parte il mercato delle tradizionali tecnologie Ict è in flessione continua e ormai strutturale. Dall’altra si sviluppa l’onda crescente delle nuove tecnologie digitali, che più che compensano la riduzione dei prezzi unitari dei prodotti con l’incremento dell’ordine di grandezza del numero degli shipments. Ma l’area da cui verrà la maggiore espansione della crescita sarà quella dell’estensione di Internet dal mondo dei dati a quello fisico degli oggetti, che si tradurrà in sviluppo di nuovi prodotti, nuovi mercati e in un sostanziale miglioramento della produttività del manufacturing: ricordiamo che proprio in questo livello stagnante della produttività nel corso dell’ultimo ventennio risiedono i problemi più drammatici del nostro Paese.


Il recupero di produttività del sistema industriale in Italia (come in Europa) è legato alla sfida dell’Internet of Things (IoT).
L’IoT andrebbe colto, da noi, come terreno per sviluppare la competitività e accelerare l’innovazione di prodotto della nostra industria manifatturiera, come tecnologia capace di arricchire trasformare prodotti e processi in settori come arredamento, abbigliamento, automobili, meccanica, ecc. Pensiamo ad esempio alla collaborazione tra Cefriel e Dainese sull’airbag per motociclette.
Nella definizione delle politiche industriali a sostegno dell’IoT si dovrebbe assumere come criterio determinante per la scelta dei progetti da sostenere la loro capacità di generare valore (capitale) sociale. I nostri progetti dovrebbero essere profondamente human-centered, evitando l’innamoramento per la tecnologia in sè.


Economia digitale, lavoro e occupazione.
Nello scenario sopra delineato tuttavia l’economia digitale distrugge sostanzialmente lavoro o al contrario produrrà un numero proporzionalmente molto superiore di nuovi jobs? E quali politiche di mobilità e di formazione vanno attivate per diffondere le competenze digitali necessarie e per gestire gli impatti sociali di queste grandi trasformazioni?
Su questo tema la maggior parte degli studiosi, a partire da Brynjolfsson e McAfee nel loro “The Second Machine Age”, propendono per la prima tesi: essi osservano che a partire dalla seconda metà degli anni 90 il progressivo sviluppo dell’economia digitale ha determinato un continuo aumento della produttività, del Gdp, degli investimenti e dei profitti; mentre l’occupazione ha cominciato a flettere, e il rapporto occupazione/popolazione e il reddito del lavoratore medio sono ai minimi degli ultimi 20 anni. Si svilupperebbe così una polarizzazione crescente tra pochi strati di privilegiati e una grande maggioranza della popolazione caratterizzata da redditi decrescenti e disoccupazione crescente. Si avvererebbe così l’ipotesi secondo cui Internet rappresenterebbe “la morte della classe media”.
Questa ipotesi pessimistica non considera tuttavia l’effetto derivante dalla diffusione del digitale al modo fisico, che sta generando una serie di “mercati adiacenti” che, pur caratterizzati da una minore intensità di lavoro umano, amplierebbero di molto le tradizionali opportunità di occupazione, favorendo soprattutto la nascita e lo sviluppo di jobs a maggior valore aggiunto.


Un nuovo ruolo per lo “Stato Innovatore”?
Lo sviluppo dell’economia digitale potrebbe essere favorito attraverso politiche di innovazione alimentate da un nuovo ruolo dello “Stato Innovatore”, disposto a investire in aree strategiche con una elevata propensione al rischio, o è meglio che lo stato riduca il suo intervento e lasciare che l’economia digitale si sviluppi sotto la spinta della “mano invisibile” del mercato?
E infine, riteniamo necessario elaborare una nostra “Politica industriale per l’economia digitale”, o pensiamo che un’ “Agenda Digitale” così come la si è concepita finora, sia una prospettiva troppo complessa e di fatto irrealizzabile (lo “Stato irriformabile” di Carnevale Maffè), e che ci si debba limitare a identificare ad esempio progetti di innovazione di specifici settori della PA da realizzare attraverso il ricorso a tecnologie digitali? E quali investimenti dovremmo affrontare, a livello europeo e su scala nazionale, per garantirci di poter competere in modo sostenibile su scala globale? Attraverso quali forme di partnership pubblico-privato? E come recuperare le risorse necessarie?
Temi di grande importanza e interesse dunque, discussi da grandi economisti, esperti e protagonisti del mondo digitale, alla cui discussione nessuno vorrà mancare.

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