PUNTI DI VISTA

Menduni: “Lasciateci essere addressless”

Un’innovazione che non costerebbe niente sarebbe sdrammatizzare il concetto di residenza: sia un punto di riferimento per votare e pagare le tasse, ma non chiedetecelo come requisito della cittadinanza

Pubblicato il 13 Mag 2014

Enrico Menduni, Professore di Media e Comunicazione all’Università Roma Tre

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Una pagina Internet che è sempre interessante guardare è quella dell’ufficio Usa del censimento: http://1.usa.gov/1m5F8AV. Dando un’occhiata ai dati, è evidente che su una popolazione di 307 milioni di persone quelli che hanno cambiato abitazione nel 2013 sono 36 milioni e rotti, l’11%. Certo, gli americani hanno sempre avuto la valigia in mano, per svariati motivi, ma queste tendenze si stanno affermando anche da noi. Nel condominio in cui passo le mie serate romane (ma risiedo da un’altra parte, in Toscana) un vorticoso giro di etichette sui campanelli dimostra l’incessante variare degli inquilini. Le cassette per la posta sono piene di inutili offerte del discount e di junk mail che nessuno legge. A farne le spese sono i servizi postali e la telefonia fissa (ormai oggetto desueto), a guadagnarci smartphone e Internet. Il wi-fi è ormai requisito obbligatorio per ogni casa (o camera) da affittare nelle grandi città.

Occorrerebbe spiegare questa cosa a tutti coloro (uffici amministrativi, banche, comuni ecc.) che a ogni piè sospinto ti chiedono luogo e data di nascita (peraltro già iscritti nel codice fiscale) e, immancabilmente, la residenza completa di via, numero e codice postale. Vorrei guardare negli occhi i miei interlocutori e chiedere chi veramente abita nella casa dove risiede: qualcuno mantiene la residenza al paese dei vecchi genitori, magari per pagare meno l’assicurazione dell’auto, altri lavorano precariamente, vivono altrettanto precariamente, o con vari gradi di promiscuità, e non fanno ad abituarsi a un indirizzo che subito si sposta, magari in un residence o un divano-letto. L’Imu (comunque camuffata) peraltro penalizza le seconde case e dunque è sempre meglio risiedere in casa propria, anche se è un rifugio alpino nell’alta Val Brembana.

Una volta si muovevano solo gli emigrati e gli americani ricchi in Europa. Nei romanzi di Somerset Maugham (come The Razor’s Edge) si facevano lasciare la posta all’American Express nelle città da cui sarebbero passati. Una mia amica di Facebook, americana innamorata di Firenze, racconta nel suo blog le peripezie di una “senza indirizzo”: http://bit.ly/1fsxPVo. La parola centrale è “storage”: agenzie in cui affitti uno spazio e ci metti dentro le tue cose. Quante se ne vedono anche da noi? Un’innovazione che non costerebbe niente sarebbe sdrammatizzare il concetto di residenza: sia un punto di riferimento per votare e pagare le tasse, ma non chiedetecelo come se fosse il requisito della cittadinanza: imparate da Amazon. Andiamo in treno col ticketless, lasciateci essere addressless. L’importante è non essere homeless, ma questo è un altro problema.

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