Micelli: "Digitale & manifattura, binomio chiave per l'Italia" - CorCom

MADE IN ITALY

Micelli: “Digitale & manifattura, binomio chiave per l’Italia”

Il docente di Economia a Ca’ Foscari: “Non possiamo più permetterci di perdere tempo: il made in Italy punti sull’ibridazione web-artigianato”

19 Feb 2014

Luciana Maci

“Aver distinto tra un’economia digitale e un’economia manifatturiera in Italia è stata una scelleratezza”. Lo dice Stefano Micelli, docente di Economia e Gestione delle Imprese presso il dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, spiegando: “Noi non vendiamo solo artigianato e tradizione, ma anche design e innovazione tecnologica con un nostro segno tipicamente italiano che la Rete può e deve saper raccontare. Bisogna procedere sempre più verso un’ibridazione tra esperti di tecnologia e mondo manifatturiero. Si doveva fare da tempo, ma ora più che mai non dobbiamo e non possiamo perdere questo treno”.
Perché proprio ora?
Perché la comunicazione sul web è cambiata. Nel 1999 la mia università effettuò una survey su 1.000 imprese chiedendo perché non utilizzassero le tecnologie e il commercio elettronico. La risposta sostanzialmente fu: il web non è uno strumento adatto perché i nostri prodotti sono ad alta densità culturale e la Rete non ci consente di esprimerla. Ci dà solo modo di mostrare cataloghi e proporre una comunicazione standardizzata mentre molti di noi fanno prodotti su misura. Questa era la Rete 1.0. Da allora tutto è cambiato. Il web 2.0 dà la possibilità di costruire contenuti multimediali, far circolare immagini ad alta definizione, navigare virtualmente all’interno di spazi, luoghi e contenuti. È insomma un mondo ricchissimo di video e immagini, che riescono veramente a trasferire la bellezza e l’intensità. Inoltre prima non c’erano i social, che oggi possono offrire nuovi strumenti a un artigiano o a un piccolo imprenditore per capire chi ha di fronte e interpretarne le esigenze. È stato un grande salto di qualità. Per questo dico che oggi le Pmi non possono più permettersi di rifiutare il web.
Non rischiano di perdersi nel mare magnum di un’offerta globalizzata dove tendono a predominare i big?
No, perché la domanda a livello globale si sta riorientando verso questo tipo di prodotti nati da realtà artigianali e di dimensioni non necessariamente elevate. In passato abbiamo avuto una stagione di grande enfasi sul tema della marca, dei prodotti globali, dei commerci globali. Oggi, non solo nell’agroalimentare che è tra i nostri core business, ma più in generale nel design, nella moda, e anche nei macchinari utensili o in altri settori, il cliente desidera e chiede più personalizzazione, più storia, più contenuto.
Non è più così importante il brand?
No, piuttosto il cliente va a ricercare chi c’è dietro la marca. È quello che The Economist ha recentemente battezzato Artisan Capitalism: un mondo in cui tanti piccoli operatori, intermediati dalla Rete, incontrano una domanda molto frammentata. Il nostro Made in Italy è questo: siamo sempre riusciti ad adattare un serbatoio di conoscenze pratiche a un determinato contesto con flessibilità e capacità di adattamento. Perché innovazione non significa solo scoprire la penicillina, per quanto sia una scoperta salvifica, ma è anche creare valore in economia.
La sua Università è partner di Google nel progetto di rilancio del Made in Italy. Ma c’era bisogno del colosso californiano per un’iniziativa di questo tipo?
Google ha scoperto, dai dati del search, che la richiesta di Made in Italy all’estero è cresciuta a livello globale. Là fuori c’è un mondo che si aspetta che l’Italia proponga i suoi prodotti, li spieghi e li venda. Noi siamo i curatori dei contenuti della piattaforma educativa e formativa “eccellenzeindigitale”. Abbiamo fatto parlare i diretti protagonisti di importanti iniziative: c’è ad esempio chi è partito 10 anni fa mettendo i prodotti in Rete, con tutta una serie di problemi iniziali, e poi ha avuto successo. Le nostre Pmi avrebbero dovuto seguire questa strada da tempo, non doveva essere Google a spiegarcelo. Ben venga l’iniziativa del colosso californiano: ci dà una mano a legittimare un settore che aveva bisogno di una dimensione internazionale. Ma sia d’insegnamento a chi vuole avviare una nuova realtà imprenditoriale. La costituzione di un ente digitale a sostegno di una produzione manifatturiera deve essere una priorità.

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