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L'ALLARME

Trade War, monito di Cisco a Trump: “Dazi mettono a rischio investimenti in R&S”

Il Ceo Chuck Robbins , parlando a nome dei big della Silicon Valley, avverte Washington che alzare ancora le tariffe doganali sui beni importati dalla Cina sarà fatto a spese dell’innovazione Usa

18 Gen 2019

Antonio Dini

Il ragionamento è semplice: se aumentano i costi, da qualche parte bisogna tagliare. E sforbiciare nel settore della ricerca e sviluppo per una azienda sempre nel mirino della stampa e dei social è strategico perché è invisibile alla pubblica opinione, non impatta sulle trimestrali né comporta tagli occupazionali. Ma ha la conseguenza di uccidere l’innovazione e nel lungo periodo è molto più pericolosa.

A spiegarlo agli sbalorditi funzionari del governo degli Stati Uniti è il numero uno di Cisco, Chuck Robbins. Che avverte Washington: le aziende statunitensi finiranno per assorbire i costi delle tariffe doganali più alte spendendo meno nella ricerca e nello sviluppo, che possono a loro volta portare a scoperte tecnologiche. Robbins lo ha spiegato durante un incontro con i funzionari governativi a Washington all’inizio di questo mese. Robbins ha spiegato alla stampa americana che stava presentando il punto di vista di varie grandi aziende tecnologiche statunitensi, oltre alla sua: Hewlett Packard Enterprise, Dell e Juniper Networks, tra le altre.

Il problema ovviamente è quello dell’interdipendenza dei mercati tecnologici mondiali e del bisogno che le grandi aziende americane hanno dei loro produttori e terzisti asiatici, soprattutto in Cina.
Questo rende i costi di portare i beni prodotti in Cina più elevati quando il governo americano decide di alzare i dazi doganali, e quindi fa aumentare i costi riducendo i margini.

“Se – ha detto Robbins – facciamo partire la prossima ondata di dazi doganali, le aziende tecnologiche degli Stati Uniti dovranno assorbirle e tagliare da qualche parte. La cosa più ovvia è che taglino la ricerca e sviluppo, mentre tutti vogliono che invece la Silicon Valley sia la guida mondiale per l’innovazione”.

Robbins ha spiegato alla stampa che fino a questo momento Cisco è sostanzialmente riuscita ad assorbire i costi dei dazi doganali definiti “esorbitanti” rendendo la sua catena dei fornitori più efficiente possibile e trasferendo alcuni dei costi sui clienti finali, cioè aumentando i prezzi. Ma a meno che non si trovi prima un accordo, Washington il prossimo primo marzo dovrebbe alzare le attuali tariffe doganali dal 10 al 25% su beni cinesi che hanno un valore di circa 200 miliardi di dollari. La nuova ondata di tariffe spingerebbe le aziende a cercare altri modi per diluire i maggiori costi e, secondo Robbins e le altre aziende per le quali ha parlato, il principale di questi sarebbe il taglio al budget della ricerca e sviluppo.

Cisco nel 2017 ha speso più di 4 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo negli Usa. Juniper ha investito fino al 20% del suo fatturato in ricerca e sviluppo mentre Hewlett Packard Enterprise ha investito circa 1,5 miliardi di dollari. Le tre aziende hanno chiesto, assieme a Dell, di risparmiare le categorie di prodotti dei quali hanno bisogno dalla Cina da un aumento addizionale del dazio.

Secondo il Chief Economist di Bloomberg Economics, Tom Orlik, però, c’è anche un ragionamento opposto che può essere fatto, e che viene sostenuto dai funzionari di Washington e soprattutto dal rappresentante del commercio americano Robert Lighthizer, nominato da Donald Trump: “Ovviamente il rovescio della medaglia – dice Orlik – e tra l’altro proprio il ragionamento fatto dal governo degli Stati Uniti, è che il vero disincentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo da parte di queste e altre società americane siano i furti di proprietà intellettuale da parte della Cina o delle sue aziende”.

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