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L'ANALISI

New York, affitti alle stelle per colpa di Airbnb

Uno studio a firma del revisore dei conti della Grande Mela, Scott Stringer, rivela che nel solo 2016 i newyorkesi in affitto hanno sborsato 616 milioni di dollari in più a causa della diminuzione di immobili sul mercato. Ma Airbnb non ci sta: “Non sono case ‘rimosse’ dal mercato”

04 Mag 2018

Patrizia Licata

giornalista

Airbnb pesa sulle tasche degli affittuari di New York per 616 milioni di dollari: è la conclusione a cui è giunto uno studio del city Comptroller Scott Stringer che ha esaminato l’impatto delle attività di home sharing sui prezzi delle case in affitto nella Grande Mela dal 2009 al 2016. Secondo l’ufficio di Stringer, che serve da Chief fiscal officer e Chief auditing officer della metropoli americana, l’impennata dei prezzi si lega direttamente alla diffusione della sharing economy nel settore immobiliare.

Lo studio mette a confronto la crescita degli affitti come sarebbe stata, in base ai trend storici, e come effettivamente si è manifestata: per Stringer l’impatto è notevole perché i proprietari che usano le case per Airbnb (destinandole ai turisti e a soggiorni brevi) le tolgono dal mercato degli affitti di lungo termine per i residenti. E, come indicano le elementari leggi dell’economia, se l’offerta diminuisce i prezzi salgono.

Airbnb ha ovviamente contestato la metodologia e i risultati dell’analisi del revisore dei conti newyorkese. Tuttavia Spinger sostiene che per ogni 1% di unità residenziali in ogni quartiere presente su Airbnb gli affitti sono aumentati dell’1,58%. I quartieri dove i prezzi sono saliti di più sono nel distretto di Manhattan: Midtown, Chelsea, Greenwich Village, Soho, con un’impennata del 20% nei costi degli affitti a causa di Airbnb. Nel 2016, circa il 52% delle case presenti su Airbnb erano localizzate a Manhattan, mentre il 35% era a Brooklyn. Impatto per chi prende una casa in affitto a New York: 616 milioni di dollari nel 2016.

Ferma la replica di Airbnb, che afferma che la maggioranza degli host affitta solo delle stanze negli immobili di proprietà, dove continua a abitare mentre soggiornano turisti e viaggiatori per affari. Non sono dunque case rimosse dal mercato, nota la startup di San Francisco. Coloro che mettono le loro case su Airbnb “vengono per l’ennesima volta accusati di essere parte della crisi degli alloggi ma non solo non ne hanno alcuna responsabilità: subiscono essi stessi le conseguenze dell’aumento dei costi”, dice la società.

Il danno mediatico è stato però immediato, riporta Bloomberg: in conferenza stampa Chris Lehane, head of policy and public affairs di Airbnb, ha dovuto difendersi davanti ai giornalisti e ha riferito di altri studi secondo cui a New York i costi degli affitti quest’anno sarebbero diminuti, anche del 6%. Airbnb ha chiesto formalmente al Comptroller Stringer di fornire ulteriori informazioni sui dati usati nel suo studio e sulle metodologie di analisi.

Non è la prima volta che Airbnb entra in rotta di collisione con le amministrazioni cittadine. San Francisco ha più volte messo l’azienda della sharing economy sulla griglia per la questione affitti e ha addirittura indetto un referendum nel 2015 con cui i cittadini si sono espressi sulla norma proposta dal Comune che voleva fissare a 75 giorni l’anno il limite massimo di affitti Airbnb di una stessa unità immobiliare; la norma non è passata.

In Europa Berlino ha approvato due anni fa una norma che vieta a Airbnb di affittare l’intero appartamento: bisognerà limitarsi a singole stanze oppure trasformare l’attività in bed and breakfast. Il capo dello sviluppo urbano Andreas Geisel aveva calcolato che i prezzi degli affitti erano saliti del 60% dal 2009 al 2014 e promesso di “rendere questi appartamenti disponibili per i berlinesi”.

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