IL PROCEDIMENTO

Nft e arte, la Camera avvia l’indagine conoscitiva

Deliberata dalla commissione Cultura di Montecitorio l’iniziativa dei deputati Pd Paolo Lattanzio e Rosa Maria Di Giorgi. Si punta ad evidenziare le opportunità di produzione, promozione, utilizzo e valorizzazione della cultura italiana tramite le nuove tecnologie

15 Giu 2022

F. Me

uffizi

Quante opere digitalizzate del Caravaggio si possono realizzare e in quale contesto? È quanto cercherà di capire l‘indagine conoscitiva sull’uso dei certificati digitali di unicità (non fungible token –Nft) nell’arte che la commissione Cultura della Camera ha oggi deliberato per iniziativa dei deputati dem Paolo Lattanzio e Rosa Maria Di Giorgi. “Abbiamo proposto tale indagine – hanno dichiarato Lattanzio e Di Giorgi – affinché anche il nostro parlamento prenda coscienza, per la prima volta, di un fenomeno di frontiera assolutamente fondamentale nell’ambito digitale e culturale. Avremo il compito di indagare il tipo di opportunità per quanto riguarda la produzione, la promozione, l’utilizzo e la valorizzazione della cultura italiana”.

L’obiettivo è di arrivare ad individuare alcuni aspetti che possono essere alla base delle indicazioni che lo Stato dovrà successivamente dare riguardo, ad esempio, al numero delle opere che è consentito realizzare partendo da un’opera tradizionale.

“Ecco perché occorre arrivare quanto prima ad una sorta di normativa per il settore, come del resto il ministro Franceschini ha già ampiamente dimostrato di voler fare visto che il ministero sta lavorando alla elaborazione di alcune linee guida, alle quali il parlamento darà sicuramente il proprio contributo”, si legge in una nota dei deputati Pd.

Per Di Giorgi e Lattanzio, “questa indagine conoscitiva è molto importante ed è la dimostrazione della volontà del Partito democratico di lavorare anche sulle nuove frontiere. Occorre avere – concludono- la possibilità di sfruttare le nuove tecnologie ma al tempo stesso di tutelare e valorizzare quanto arte e cultura rappresentino per l’Italia”. L’indagine coinvolgerà una serie di figure professionali che provengono dal mondo delle arti, dall’accademia, dal ministero dei Beni culturali, artisti e ricercatori internazionali, esperti di digitale ed esperti di cripto arte. “Riteniamo sia un dovere e un compito del parlamento di interpretare e guidare il cambiamento in un settore così rilevante dell’arte moderna”, concludono Lattanzio e Di Giorgi.

Il caso Uffizi

L’indagine conoscitiva arriva a qualche settimana dal caso Uffizi. Secondo un articolo di Repubblica, che riportava un servizio de Le Iene, ci sarebbe stato un allarme al Mic per la possibilità di perdere “la gestione, il controllo e lo sfruttamento” delle riproduzioni digitali (Nft) di alcuni dei capolavori più importanti del nostro Paese. Per questo nei mesi scorsi, il direttore generale dei Musei del ministero, Massimo Osanna, avrebbe firmato una circolare per bloccare i contratti con la società Cinello di Milano, che gestisce gli Nft decidendo anche di non rinnovare quelli già in essere. Nel servizio de Le Iene, a firma di Marco Occhipinti, si diceva che il sottosegretario al Mic, Lucia Borgonzoni, avrebbe avvertito tutti i direttori dei musei di “stare attenti ai contratti che vengono firmati e che non possono esserci dei furbetti che magari sfruttano le immagini dei nostri musei in modo che può essere illegittimo o comunque a vantaggio loro”.

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Secondo quanto scritto dal quotidiano, i musei coinvolti sarebbero 11, tra questi gli Uffizi di Firenze, con circa 40 opere tra le più famose, a partire dal Tondo Doni di Michelangelo, venduto per 240mila euro. Ma ci sarebbero anche la Pilotta di Parma, la Reggia di Caserta, la Pinacoteca di Brera, il museo di Capodimonte e l’Archeologico di Napoli.

Argomentata la replica degli Uffizi che ha puntualizzava: “I diritti non vengono in alcuna maniera alienati, il contraente non ha alcuna facoltà di impiegare le immagini concesse per mostre o altri utilizzi non autorizzati, e il patrimonio rimane fermamente nelle mani della Repubblica Italiana”.

“Il legislatore – si precisava – ha dato delle risposte puntuali e precise già molto prima dell’invenzione (nel 2014) della specifica tecnologia di certificazione in questione, ovvero nella legge Ronchey del 1994, e ancora nel codice Urbani del 2004, oggi in vigore”.

Si spiegava poi che nel contratto con Cinello – accordo “trasmesso alla Direzione generale competente a Roma nel 2017, come di prassi” senza aver “suscitato alcun commento o rilievo” – “è richiamata in modo esplicito la non esclusività della concessione, nell’assoluta conformità con la normativa applicabile”.

Inoltre il “contraente privato – si leggeva ancora – non pratica alcuna ‘intermediazione’ per conto dello Stato, ma agisce nel nome e per conto proprio, senza alcun interesse o investimento del museo. La percentuale a favore del museo non è affatto bassa ma al contrario, con il 50% dei ricavi netti è congruamente alta, dato che le quote per l’utilizzo delle immagini solitamente si aggirano tra il 10% e il 25%, a seconda del prodotto e del mercato specifico per cui viene autorizzato l’uso”. “Nei fatti – concludeva la nota degli Uffizi -, un’alienazione non c’è stata, e non poteva esserci, perché la legge non lo prevede. E un immaginario accordo che dicesse il contrario semplicemente sarebbe nullo”.

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