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GUERRA COMMERCIALE

Niente dazi sugli iPhone, la promessa di Trump a Cook fa sperare i big Usa dell’hi-tech

Le tariffe del 25% sull’import tecnologico cinese mettono in allarme le aziende Usa che assemblano nel paese asiatico. In visita alla casa Bianca il ceo di Apple ha perorato la causa dei colossi a stelle e strisce. Intel intanto aspetta il verdetto finale sui chip: se saranno nella “lista nera” fabbriche Usa a rischio

19 Giu 2018

Patrizia Licata

giornalista

I dazi hitech di Trump fanno scattare le contromosse delle aziende americane, sull’attenti da quando il presidente degli Stati Uniti ha alzato il livello del confronto commerciale con la Cina. La scorsa settimana Donald Trump ha confermato che gli Usa imporranno dazi del 25% su numerosi prodotti tecnologici importati dal paese asiatico, ma, secondo indiscrezioni del New York Times, il Ceo di Apple Tim Cook si sarebbe premunito per tempo recandosi lo scorso mese alla Casa Bianca: avrebbe così ottenuto da Trump la promessa che il governo americano non applicherà le tariffe sugli iPhone assemblati in Cina e poi importati negli Stati Uniti.

Cook si è recato a Washington col preciso obiettivo di illustrare al presidente le ricadute negative che le sue politiche commerciali possono generare per Apple e per gli affari di tutte le aziende americane in Cina. I dazi contro le importazioni hitech cinesi nella proposta originaria presentata ad aprile non includevano quasi nessun prodotto di elettronica di consumo, ma la lista definitiva fornita la scorsa settimana si è allargata e ora include ulteriori prodotti tra cui diverse categorie di chip: l’impatto sui dispositivi consumer è molto maggiore con ricadute per tutta l’industria hitech americana.

A questo proposito, anche Intel, il chipmaker numero uno al mondo per fatturato, potrebbe adottare strategie mirate per arginare gli effetti delle politiche di Trump e la guerra commerciale con la Cina. Secondo alcuni analisti, Intel potrebbe spostare la produzione dei processori verso alcuni stabilimenti che le permetterebbero di importare senza ricadere nelle tariffe.

L’Office of the United States Trade Representative ha indicato che i prodotti nella “lista nera” sono 1.102; coinvolgono IT, aerospazio, automobili, robotica, robotica, macchinari industriali, nuovi materiali; nessun prodotto consumer come smartphone e Tv. La prima parte della lista comprende 818 categorie per 34 miliardi di dollari su cui i dazi del 25% scatteranno il 6 luglio; la seconda parte comprende 284 categorie  – tra cui i chip – per 16 miliardi di dollari e saranno soggetti a consultazione pubblica; la lista potrebbe nuovamente modificarsi, ma le azioni di Intel hanno già perso il 3,4% ieri, dopo il downgrade di alcuni analisti e le dichiarazioni di Trump, che ha garantito che arriveranno nuovi dazi fino a colpire importazioni di merci cinesi del valore complessivo di 200 miliardi di dollari (non ha specificato quali).

Intel ha diversi stabilimenti produttivi: tre negli Usa, uno in Irlanda, uno in Israele e uno in Cina (per i chip di memoria flash, per ora non nella lista dei prodotti iper-tassati). Da questi stabilimenti i chip vanno negli impianti di assemblaggio e test e infine sono venduti ai clienti di Intel, come le aziende dei computer o dei cellulari, per fabbricare il prodotto finale. Molte di queste fabbriche che mettono insieme i prodotti finali si trovano in Cina (dove Intel ha generato nel 2017 un fatturato di 14,8 miliardi di dollari): se poi vendono sui mercati globali i dazi di Trump non incideranno.

I dazi di Trump colpirebbero invece la produzione di chip Intel nei tre stabilimenti in Oregon, Arizona e New Mexico (un business che vale 12,5 miliardi di fatturato nel 2017): da qui gli elementi dei chip vengono spediti in Cina per la prima fase di assemblaggio e poi reimportati negli Stati Uniti per essere inseriti nei device Made in Usa. Rientrando in America sarebbero colpiti dai dazi e Intel, dicono gli analisti, potrebbe decidere di aggirare l’ostacolo spostando parte dell’attività in impianti in Costa Rica, Malaysia e Vietnam, perché i chip importati non dalla Cina verso le aziende americane non ricadono ovviamente nelle tariffe di Trump. Il rischio – contro ogni aspettativa di Trump – è che gli stabilimenti Usa lavorino di meno. “Le guerre commerciali in generale sono un male per l’economia globale e i semiconduttori tendono ad essere un business globale”, sintetizza l’analista di Bernstein, Stacy Rasgon.

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