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Obama apre agli stati canaglia: via all'”export” del Web

In deroga agli embarghi il governo Usa dà la possibilità alle aziende dell’Ict di esportare tecnologie per la comunicazione online in Iran, Sudan e Cuba. Obiettivo: dare “voce” a chi finora non ne ha avuto la possibilità

15 Mar 2010

Esportare tecnologie gratuite negli “Stati canaglia” per
permettere a tutti di esprimersi liberamente in chat, blog, siti
per la condivisione di immagini. Un modo per mettere un piede in
mezzo alla porta dei paesi più chiusi e offrire uno spiraglio a
chi vuole far sentire la sua voce e finora non ne ha avuto la
possibilità. E’ la strategia messa in campo
dall’amministrazione Obama, che consentirà alle società che
operano nel campo delle tecnologie e di Internet di esportare
“alcuni servizi e software inerenti alla comunicazione personale
su internet” verso Iran, Cuba e il Sudan, in deroga agli embarghi
e alle norme molto restrittive che regolano il settore
oltreoceano.

In questo modo sarà possibile per Microsoft, Yahoo e altri
provider di superare ogni paura di sanzioni e sbarcare in zone che
fino a qualche giorno fa erano considerate off limits. La decisione
del dipartimento del Tesoro è arrivata dopo le crescenti
pressioni, anche interne al Congresso, giunte al culmine dopo il
clamore suscitato dalle proteste della popolazione iraniana nel
periodo delle elezioni, che avevano trovato proprio in internet
l’unico canale per rendersi visibili nel resto del mondo.

Secondo Neal Wolin, vice segretario al Tesoro, le nuove norme
mirano a “garantire ai cittadini di questi paesi la possibilità
di esercitare i diritti universali di espressione nella maniera
più ampia”. Passa così in secondo piano, anche se in maniera
rigidamente limitata, la logica dell’embargo: in alcuni casi
specifici superarla diventa strategico per “favorire il
cambiamento”, sempre tenendo ben presente l’interesse nazionale
degli Usa.

“Sono soddisfatto del fatto che il dipartimento del Tesoro stia
dando attuazione alle scelte del segretario di Stato Hillary
Clinton di rendere più semplice l’uso di internet per i
cittadini dei regimi oppressivi e antidemocratici – afferma Berin
Szoka, direttore del centro per la libertà di Internet nella
Progress and freedom foundation – Perché però limitarsi soltanto
a ciò che è gratuito? Non tutti gli strumenti che potrebbero
essere molto utili ai dissidenti sono gratuiti”.

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